Tony D’Amico al Milan, 5 curiosità sul direttore sportivo

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Il direttore sportivo dell’Atalanta è pronto al passaggio in rossonero, se Cardinale darà il via libera. In che ruolo giocava? Qual è il suo vizio? Perché si ammala sempre a settembre? Qui tutte le risposte

Luca Bianchin

Giornalista

Tony D’Amico è il più probabile direttore sportivo del Milan per la prossima stagione. Giorgio Furlani gli ha parlato già un anno fa e ora lo ha individuato come candidato unico per il 2026-27. Il resto starà a Gerry Cardinale e alla proprietà. Tutti sanno che Tony D’Amico è il direttore sportivo dell’Atalanta, che ha lavorato al Verona, che ha 46 anni ed è in ascesa. I nomi dei giocatori acquistati e venduti comincia a essere noto. Qui raccontiamo cinque particolari della sua vita, per aiutare i tifosi milanisti (e non solo) a conoscerlo meglio.

voleva fare l’allenatore

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D’Amico è un allenatore… convertito. Nel 2013-14, appena chiusa la carriera da calciatore, era l’assistente di Raffaele Novelli alla Vigor Lamezia. Pensava avrebbe fatto quella carriera. Fabio Pecchia, in quel momento vice di Benitez a Napoli, però aveva visto qualcosa. Parlò con Filippo Fusco, ai tempi dirigente dell’area tecnica del Bologna, e gli consigliò di dare una chance come scout a quell’ex centrocampista che cercava una strada. Preso e vita cambiata: diventò osservatore, poi direttore sportivo.

la febbre di settembre

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Se volete conoscerlo, non chiamatelo il 2 settembre: è probabile sia malato. In un’intervista, D’Amico ha raccontato: “Ogni anno, alla fine del mercato, mi viene la febbre a 40”. Gli è successo costruendo squadre da salvezza e da Champions, come mai avrebbe pensato da ragazzo. Classica reazione del corpo dopo mesi di tensione. Chi lo frequenta, garantisce: D’Amico è silenzioso ma appassionato, vive il mercato con… parecchio trasporto. Mettiamola così, il relax non è la sua modalità operativa.

una mezzala senza gol

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D’Amico da calciatore era un centrocampista, un ragazzo abruzzese di Popoli che aveva Pescara come città di riferimento. A Chieti giocava con Fabio Grosso, che non per caso fu il primo allenatore scelto per il suo Verona. Nel cuore della carriera giocò alla Cavese per sei anni e nelle interviste diceva: “Quando Tatomir lascerà, sarò felice di diventare capitano”. Negativo. Quando toccò a lui, il nuovo allenatore Cioffi – Renato, non Gabriele – scelse un altro per la fascia e Tony la prese male. Poche settimane dopo era al Foggia, una delle scelte che gli hanno cambiato la vita. Di sé ha detto: “Ero una mezzala di grande corsa, però non facevo gol neanche solo davanti alla porta. E poi un rompi…: litigavo con tutti, anche con i compagni”. Al Milan, servirà collaborazione (ma lo sa, è abituato dall’Atalanta).

leo junior e paulo sousa

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I giocatori preferiti dicono al mondo chi sei. D’Amico ha detto che il suo idolo era Leo Junior e il suo giocatore preferito negli anni 90 (o uno dei preferiti) Paulo Sousa. Centrocampisti, registi, giocatori intelligenti. Un brasiliano nato terzino e passato a giocare in mezzo, con il Flamengo, il Torino e il Pescara come squadre della vita (e un ruolo anche ne “L’allenatore nel pallone”). Un portoghese diventato campione tra Sporting, Juventus e Borussia Dortmund, ora allenatore allo Shabab Al Ahli. Non scelte classiche.

la sigaretta

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Nell’iconografia di Tony D’Amico, l’elemento centrale è la sigaretta. Lo si è scritto, lo si è detto. Lo ha detto anche lui: “Fumo troppe sigarette, durante il mercato troppissime. Fino a due pacchetti”. Chissà quante ne fumò, magari appoggiato alla finestra, quella volta che rimase per 13 ore in una stanza d’albergo a Milano per portare Dawidowicz al Verona. Se un giorno assumerà Sarri, in bocca al lupo a tutti.



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