L’Inter è uscita dagli spogliatoi del Sinigaglia di Como completamente rigenerata sul piano psicologico. Merito del lavoro del tecnico nerazzurro, che tra un tempo e l’altro non alza mai i toni. Anzi…
Il risultato finale sta tutto nel linguaggio del corpo: la corsa sotto il settore, le braccia al cielo, i pugni chiusi. Vittoria. Tutt’altro che scontata, per come si era messa a Como. Esattamente come non era banale agguantare i tre punti pure contro Roma, Juve, Pisa, Verona, Fiorentina, sempre per come erano andate ad incanalarsi le partite citate. Dev’esserci qualcosa, nell’aria dello spogliatoio dell’Inter, che dopo l’intervallo riesce a cambiare radicalmente il pensiero di Thuram e soci. E la risposta è una. Anzi, uno: Cristian Chivu, uomo molto attento ed interessato all’aspetto psicologico non solo da allenatore ma già da tempi in cui la professione era quella di calciatore. A cavallo tra un tempo e l’altro, difficilmente il tecnico nerazzurro finisce per scomporsi negli spogliatoi tra rimproveri e urla. L’unico caso in cui era successo riporta a Torino, verso la metà di settembre, quando l’Inter al 45′ chiuse in svantaggio il derby d’Italia contro la Juve ma proprio grazie alla sfuriata di Chivu – infastidito più che altro da qualche atteggiamento a suo avviso superficiale – ripartì alla grande fino a ribaltare il punteggio da 2-1 a 2-3. Prima del crollo degli ultimi 10′. In linea generale, però, il tecnico non alza mai la voce e anzi va a toccare corde più profonde che sanno rapidamente rigenerare il gruppo nerazzurro.
modello dialogo
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La filosofia di Chivu questa è: attenzione, comprensione, fiducia. L’obiettivo cercare di trasmettere ai propri giocatori la consapevolezza nei propri potenti mezzi. Molto più dialogo che rimproveri, urla, borbottii. E così è andata durante la gran parte degli intervalli che vedevano l’Inter ancora non in vantaggio e magari un po’ in difficoltà. Come nel caso di Como, o contro la Roma a San Siro nella sfida agguantata da Mancini ma subito rimessa sui binari giusti da Lautaro e Thuram, ma pure prima in partite meno di cartello come a Pisa, a Verona o a Firenze. Non è un mistero la passione che Cristian Chivu nutre verso sport diversi dal calcio. In cima si piazza probabilmente il football americano, immediatamente dietro – o sullo stesso livello – il basket. E uno dei modelli che l’allenatore nerazzurro segue con particolare attenzione è Phil Jackson, maestro nella guida di campioni, vincitore di 11 anelli, enorme gestore di campioni dal calibro di Michael Jordan, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant.
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La figura di allenatore, ormai, impone anche questo. Costante studio e approfondimento relativo a temi apparentemente distanti dallo sport. Non un obbligo, certo, ma un’altra via per crescere ed evolversi come tecnico. E infatti, Chivu è un grande lettore di libri, spesso di autori americani, che trattano il tema della psicologia. Proprio sulla falsariga del modello-Jackson. La certezza, in ogni caso, è che Chivu sia un allenatore moderno. Profondamente contrario a ritiri e sfuriate. Profondamente affezionato, in modo particolare nel corso degli intervalli, a messaggi chiari costruiti su poche parole. Dirette, profonde, tranquillizzanti. La sensazione osservando al di fuori della sacralità dello spogliatoio? Ok, il metodo è giusto.
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