Inter, che dice Chivu negli intervalli? La strategia del tecnico dell’Inter, anche a Como

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L’Inter è uscita dagli spogliatoi del Sinigaglia di Como completamente rigenerata sul piano psicologico. Merito del lavoro del tecnico nerazzurro, che tra un tempo e l’altro non alza mai i toni. Anzi…

Gregorio Spigno

Giornalista

Il risultato finale sta tutto nel linguaggio del corpo: la corsa sotto il settore, le braccia al cielo, i pugni chiusi. Vittoria. Tutt’altro che scontata, per come si era messa a Como. Esattamente come non era banale agguantare i tre punti pure contro Roma, Juve, Pisa, Verona, Fiorentina, sempre per come erano andate ad incanalarsi le partite citate. Dev’esserci qualcosa, nell’aria dello spogliatoio dell’Inter, che dopo l’intervallo riesce a cambiare radicalmente il pensiero di Thuram e soci. E la risposta è una. Anzi, uno: Cristian Chivu, uomo molto attento ed interessato all’aspetto psicologico non solo da allenatore ma già da tempi in cui la professione era quella di calciatore. A cavallo tra un tempo e l’altro, difficilmente il tecnico nerazzurro finisce per scomporsi negli spogliatoi tra rimproveri e urla. L’unico caso in cui era successo riporta a Torino, verso la metà di settembre, quando l’Inter al 45′ chiuse in svantaggio il derby d’Italia contro la Juve ma proprio grazie alla sfuriata di Chivu – infastidito più che altro da qualche atteggiamento a suo avviso superficiale – ripartì alla grande fino a ribaltare il punteggio da 2-1 a 2-3. Prima del crollo degli ultimi 10′. In linea generale, però, il tecnico non alza mai la voce e anzi va a toccare corde più profonde che sanno rapidamente rigenerare il gruppo nerazzurro.

modello dialogo

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La filosofia di Chivu questa è: attenzione, comprensione, fiducia. L’obiettivo cercare di trasmettere ai propri giocatori la consapevolezza nei propri potenti mezzi. Molto più dialogo che rimproveri, urla, borbottii. E così è andata durante la gran parte degli intervalli che vedevano l’Inter ancora non in vantaggio e magari un po’ in difficoltà. Come nel caso di Como, o contro la Roma a San Siro nella sfida agguantata da Mancini ma subito rimessa sui binari giusti da Lautaro e Thuram, ma pure prima in partite meno di cartello come a Pisa, a Verona o a Firenze. Non è un mistero la passione che Cristian Chivu nutre verso sport diversi dal calcio. In cima si piazza probabilmente il football americano, immediatamente dietro – o sullo stesso livello – il basket. E uno dei modelli che l’allenatore nerazzurro segue con particolare attenzione è Phil Jackson, maestro nella guida di campioni, vincitore di 11 anelli, enorme gestore di campioni dal calibro di Michael Jordan, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant. 

La figura di allenatore, ormai, impone anche questo. Costante studio e approfondimento relativo a temi apparentemente distanti dallo sport. Non un obbligo, certo, ma un’altra via per crescere ed evolversi come tecnico. E infatti, Chivu è un grande lettore di libri, spesso di autori americani, che trattano il tema della psicologia. Proprio sulla falsariga del modello-Jackson. La certezza, in ogni caso, è che Chivu sia un allenatore moderno. Profondamente contrario a ritiri e sfuriate. Profondamente affezionato, in modo particolare nel corso degli intervalli, a messaggi chiari costruiti su poche parole. Dirette, profonde, tranquillizzanti. La sensazione osservando al di fuori della sacralità dello spogliatoio? Ok, il metodo è giusto.



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