Franco Baresi ha lasciato dietro di sé un’aurea leggendaria, e quel recupero lampo a Usa ’94 ha impreziosito la sua legacy. Tanti altri campioni dello sport lo hanno emulato, nel calcio e non solo
Campioni si nasce, leggende si diventa. E Franco Baresi ha esemplificato il concetto alla perfezione: in cuor suo nemmeno poteva immaginare quanto affetto potesse ricevere da tutto il mondo del calcio e non solo, perché la sua scomparsa a 66 anni ha fatto piangere intere generazioni di appassionati. Dopotutto, che fosse un atleta fuori dal comune era cosa ben risaputa: un fisico “normale” all’interno del quale cresceva una mente fuori dal comune, capace di spingersi oltre i limiti ammirati sino a quel momento nell’universo calcistico e sportivo. Come nel 1994, quando a Pasadena scese in campo nella finale mondiale contro il Brasile, appena 24 giorni dopo essersi sottoposto a un intervento al menisco.
Un recupero eccezionale, cui mancò solo il lieto fine
Baresi s’infortunò nel corso della seconda partita di quel mondiale, quella vinta 1-0 al Giants Stadium contro la Norvegia. Lo staff medico della nazionale comprese immediatamente la portata del danno subito: operarsi a un menisco all’epoca richiedeva almeno un paio di mesi di stop, uno e mezzo quando poteva andare bene, e di fatto nessuno si sarebbe azzardato a scommettere una lira (allora l’euro era un concetto astratto…) sul fatto che Franco potesse rientrare in campo nel corso del mondiale.
Intanto perché sarebbe servito spingersi almeno sino alla finale, e poi perché comunque ci sarebbe voluto un recupero record. Che si compì sotto gli occhi esterrefatti del mondo intero, che lo vide uscire dagli spogliatoi di Pasadena con il gagliardetto dell’ultimo atto della competizione, e con a fianco il capitano del Brasile, Dunga.
Baresi restò in campo tutti i 120′, poi calciò anche il primo rigore della serie finale, spedendolo alto. Non si tirò indietro (lui che era peraltro un discreto rigorista), pur gravato di fastidi muscolari e crampi. Ebbe il coraggio di calciare e la dignità di ammettere l’errore. Tanto che tutti gliel’hanno perdonato, piuttosto esaltandone la capacità di andare oltre i propri limiti.
Totti e Baggio “ispirati” dal Kaiser Franz
Quel recupero lampo è stato per molti atleti una sprone a non arrendersi di fronte alle avversità. È stato così per Francesco Totti, che i mondiali del 2006 avrebbe dovuto vederli da casa dopo il terribile infortunio al perone subito il 19 febbraio (intervento durissimo di Vanigli): 100 giorni dopo, il numero 10 della Roma tornerà in campo e sull’aereo che avrebbe portato l’Italia in Germania riuscì a salire, così come a scendere nel viaggio di ritorno, ma portandosi dietro la coppa.
Anche Roberto Baggio nel 2002 decise di accorciare i tempo dopo la rottura del crociato: a 76 giorni dall’intervento chirurgico, Roby tornò in campo contro la Fiorentina, segnando una doppietta. Anche Baggio inseguiva un mondiale, l’ultimo della carriera: in Corea e Giappone tutti lo aspettavano a braccia aperte, ma Trapattoni decise di non portarlo. Una ferita che non s’è più rimarginata.
Brignone e Goggia, quando la neve si fa miracolo
Nel mondo dello sport sono innumerevoli i casi di atleti capaci di grandi imprese, ma sottoposti a periodi di stress emotivi e fisici enormi legati a infortuni subiti a ridosso dei grandi eventi. L’ultimo in ordine di tempo è quello che ha avuto per protagonista Federica Brignone: il 3 aprile 2025 si rompe tibia e perone agli Assoluti di gigante, 10 mesi dopo torna sugli sci e due settimane più tardi conquista due ori ai giochi olimpici di Cortina, sbalordendo il mondo intero.
Nel suo piccolo anche Sofia Goggia era riuscita a costruire qualcosa di simile, seppur con le dovute proporzioni: nel 2022 a Pechino vinse l’argento nella discesa olimpica, 23 giorni dopo aver rimediato una piccola frattura al perone con infiammazione tendinea in gara a Cortina, curata senza ricorrere a un intervento chirurgico.
Negli anni ’80 un’impresa epica la mandò a referto Pirmin Zurbriggen, che il 12 gennaio sulla Streif si ruppe il menisco e 22 giorni dopo l’operazione si ripresentò al via ai mondiali di Bormio, chiusi con due ori e un argento.
Lauda fuori dalle fiamme, il coraggio di Lorenzo
Il mondo dei motori di storie di recuperi lampo ne ha raccontati a iosa. Il più celebre è quello del 1976, quando Niki Lauda al Nurburgring rischia la vita in un incidente di gara, restando intrappolato per diversi secondi nell’auto in fiamme. In lotta con James Hunt per la vittoria del mondiale, dopo 40 giorni di durissima riabilitazione Lauda tornerà in pista a Monza, chiudendo al quinto posto.
Lo stesso risultato ottenuto da Jorge Lorenzo nel 2013 ad Assen, in un fine settimana cominciato nel modo peggiore: giovedì nelle libere lo spagnolo si ruppe la clavicola, optando per andare immediatamente sotto i ferri con anestesia totale. Due giorni dopo (ad Assen all’epoca si correva il sabato), appena 35 ore dopo l’intervento, si presentò in pista chiudendo proprio al quinto posto. Valentino Rossi due volte tornò in pista dopo essersi rotto tibia e perone: nel 2010 dopo 41 giorni, nel 2017 dopo 24 giorni.
E in questa carrellata non poteva mancare un guru dello sport come Novak Djokovic, che il 5 giugno 2024 andò sotto i ferri dopo un infortunio al ginocchio (sempre menisco) rimediato al Roland Garros contro Cerundolo. Appena 27 giorni più tardi, Nole tornò in campo a Wimbledon, sfidando Kopriva e poi proseguendo fino alla finale, persa contro Alcaraz.

