cosa serve e cosa va evitato, addio formula Spalletti e Gattuso

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La lezione della kermesse in Usa, Messico e Canada deve essere studiata bene da chi avrà il compito di provare a risollevare la Nazionale con vista sul 2030

A ore, pare, il conclave della Figc – dopo l’extra omnes di questi giorni – dovrebbe portare alla fumata bianca ma ancor prima di applaudire all’habemus ct e commentarne la nomina, un consiglio va dato a chi erediterà la bollente panchina lasciata da Gattuso a Zenica. Che sia Pirlo o Mancini, che sia Conte o Palladino, che sia Pioli o chissà chi altro il futuro allenatore della Nazionale farà bene a studiare con attenzione cosa è successo in questi Mondiali. Per provare a riportarci anche l’Italia ai prossimi del 2030 in Marocco, Portogallo e Spagna (con una puntatina in Sudamerica per celebrare il centenario della Coppa del Mondo FIFA in Sud in Uruguay, Argentina e Paraguay, liddove tutto nacque).

La lezione del Mondiale 2026

I Mondiali 2026, arrivati all’atto conclusivo con la finalina di stasera e la finalissima di domani, hanno confermato una tendenza che ha premiato una elite molto riconoscibile. Dal 2014, l’ultima partecipazione dell’Italia con la nazionale di Prandelli eliminata nella fase a gironi, a oggi sono state quasi sempre le stesse ad arrivare fino in fondo. Il podio del 2014 recitava Germania, Argentina, Paesi Bassi, Brasile; quello del 2018 Francia, Croazia, Belgio, Inghilterra, quello del 2022 Argentina, Francia, Croazia, Marocco e ora avremo una tra Spagna (una forza internazionale da tempo) e Argentina campione e una tra Inghilterra e Francia terza. Vuol dire che c’è un divario forte tra le primissime del mondo e tutte le altre. Con l’aggiunta che l’Italia ora come ora neanche ci fa parte del gruppo di “tutte le altre”.

Le verità del ranking Fifa

Se è impensabile che ci siano 48 nazionali più forti della nostra, è vero invece che il ranking Fifa raramente tradisce e lì siamo 15esimi (-3 posti dall’inizio del Mondiale), appena sopra Usa, Giappone e Senegal e insidiati dalla Norvegia che ha fatto un balzo enorme (+12) e non sembra avere intenzione di fermarsi. Le prime 4 del ranking, a conferma di quanto sopra, sono le 4 semifinaliste di questo Mondiale.

Detto quindi che la montagna da scalare è altissima, si rifletta anche su un altro dato: altre nobili come Germania, Olanda e Brasile – che pure restano anni luce avanti a noi – sono uscite prestissimo. E questo perchè nuove realtà si stanno affacciando: non è una novità il Marocco (sesto ora nel ranking) ma Giappone e Norvegia sono mine vaganti per le gerarchie tradizionali. Le 4 stellette sulla divisa azzurra restano belle ma sono solo le vestigia di antiche glorie, il nuovo ct dovrà mettere per un attimo nel cassetto il passato. Stavolta sarebbe sbagliato, come fece Spalletti quando si insediò sulla panchina azzurra.

Dimenticare gli slogan di Spalletti

L’attuale allenatore della Juve esordì sbandierando l’orgoglio italiano: “Esser qui è davvero un’emozione indescrivibile. Un sogno che parte da lontano: nel 1970, durante i Mondiali del Messico, andai a chiedere a mia mamma di farmi una bandiera dell’Italia per poter andare a festeggiare quel fantastico 4-3 contro la Germania. Ora questa bandiera dell’Italia la riporterò in campo quando andrò in panchina e spero di far rinascere quel sogno di poter portare questa bandiera in tutti i bambini italiani com’è successo a me”. E ancora l’appello a sentire sulla pelle questa maglia gloriosa, la convocazione dei fantastici 5 – Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Gianni Rivera e Francesco Totti – per ricordare alla squadra chi e cos’è l’Italia: “utti abbiamo bisogno di miti, per avere qualcuno da emulare. Dalla loro presenza qui, si capisce il loro attaccamento all’azzurro della Nazionale – disse Spalletti -. Noi dobbiamo essere all’altezza della storia: abbiamo fiducia in voi. È vero, ci può essere un po’ di timore per questa maglia da indossare carica di storia. Ma state tranquilli: sono gli avversari ad avere più paura di questa maglia”.

Invece nessuno più ha paura di noi e tocca all’Italia fare la parte del cacciatore di lepri. Siamo indietro, dobbiamo recuperare terreno. Serve umiltà e non orgoglio. Serve fame, serve rabbia e – certo – servirebbe anche il boom di qualche campione ma nazionali come il Giappone (ma anche Egitto, Costa d’Avorio e perfino Capo Verde in parte) dimostrano che non si vive di soli top-player. Che tu sia una big o una deb senza gioco di squadra non vai avanti e quando squadroni come Francia e Inghilterra l’hanno dimenticato ecco che si sono giocati la finale dei Mondiali. E allora che tu sia Pirlo o Mancini prendi appunti e riparti. E in bocca al lupo.

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