Spagna-Argentina, Dibu Martinez fino all’ultima lacrima: la rivelazione del portiere

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Le dichiarazioni del portiere prima della finale Mondiale: dal dolore alla mano al sogno di un altro titolo, fino al legame con l’Albiceleste e l’eredità da lasciare

C’è un rituale che accompagna l’Argentina di Lionel Scaloni ogni volta che il traguardo è a un passo. Prima di una finale, davanti ai microfoni non si presenta il capitano o il commissario tecnico, ma Emiliano “Dibu” Martínez. È accaduto prima della Copa América, si è ripetuto alla vigilia della finale mondiale del 2022 e ora la tradizione continua anche a New York, dove l’Albiceleste si prepara all’ultimo atto del Mondiale 2026. Il portiere dell’Aston Villa, simbolo della squadra nei momenti decisivi, ha parlato con emozione del percorso della nazionale, dell’infortunio che lo ha accompagnato durante il torneo e dell’eredità che questo gruppo vuole lasciare. Senza proclami, ma con la serenità di chi sa quanto pesino le grandi notti.

“Prima di tutto, dobbiamo vincere”: il valore di un gruppo

Martínez è andato dritto al punto, l’obiettivo è solo uno: conquistare il titolo mondiale in finale contro la Spagna. Per il numero uno argentino, il successo sarebbe il coronamento di un percorso costruito negli anni insieme ai compagni.Prima di tutto, dobbiamo vincere, è l’unica cosa su cui mi concentro. Non penso ad altro. Per anni abbiamo costruito qualcosa di difficile da descrivere a parole. A volte mi commuovo solo a pensare a quello che abbiamo raggiunto. Ora dobbiamo goderci il momento. Da calciatore professionista, non ti rendi conto di dove sei arrivato. Lo ricorderemo per tutta la vita”.

Parlando della finale, il portiere ha spiegato di viverla con grande tranquillità, sottolineando come il suo contributo non si limiti alle parate, ma passi anche dalla gestione della difesa e dalla capacità di trasmettere sicurezza alla squadra: “Onestamente, mi sento molto tranquillo. Se mi avete visto nelle qualificazioni… alla fine, molti pensano che un portiere faccia solo parate. Ma c’è molto di più: uscire per intercettare un cross, rimanere calmo quando la palla torna indietro… questi sono aspetti calcistici che dimostrano ai miei compagni che ‘Dibu’ è una persona tranquilla. Devo dare loro sicurezza dalla difesa; sono molto bravi, e in questo modo possono concentrarsi esclusivamente sull’attacco. Il mio compito è cercare di aiutarli quando hanno più bisogno di me. Grazie a Dio, in questo Mondiale stiamo segnando tre gol a partita”.

L’infortunio alla mano e il sacrificio per esserci

Nel corso della conferenza stampa, Martínez ha raccontato anche le difficoltà fisiche affrontate durante il torneo. Il dolore alla mano non è mai scomparso, ma il portiere ha deciso di evitare l’intervento chirurgico pur di non rinunciare al Mondiale: “La mia mano mi fa ancora male, tutti i giorni. Ho evitato l’intervento chirurgico, sapevo che sarebbe stato molto doloroso. Tutti gli specialisti che ho consultato mi hanno detto che dovevo operarmi o non avrei potuto giocare. Non ho potuto allenarmi con la squadra durante tutta la fase a gironi, e questo mi ha colpito perché è qualcosa che amo. Dopo, dall’Egitto, mi sono allenato normalmente e mi sono sentito molto meglio”.

Martínez ha poi parlato del rapporto con i più giovani, sorprendendo con una battuta sul ruolo del portiere: È incredibile vedere così tanti bambini che vogliono fare i portieri. Dico sempre ai genitori che i loro figli dovrebbero giocare in attacco piuttosto che fare i portieri. È un ruolo molto difficile. Dico loro di impegnarsi al massimo e spero che mi vedano come un esempio di sacrificio e di superamento delle avversità”.

Il sogno argentino e l’eredità di una generazione

Il numero uno dell’Albiceleste ha ricordato anche il suo legame con la nazionale fin dall’infanzia, quando seguiva le partite da tifoso sognando un giorno di difendere la porta dell’Argentina: “Piangevo da piccolo. Ricordo quando Lehmann parò il secondo rigore (si riferisce ai quarti di finale del Mondiale del 2006 ndr), ho pianto a casa. Sono sempre stato un tifoso della nazionale. Quando sono andato in Inghilterra, ho sempre sognato di diventare il portiere dell’Argentina”

Infine, Martínez ha spiegato quale spera sia il ricordo lasciato da questa generazione di calciatori argentini: una squadra capace di rappresentare il Paese attraverso il lavoro, l’umiltà e lo spirito di sacrificio: “Non so potremmo essere ricordati, forse con il modo in cui ci identifichiamo con le persone. Essere argentini, lasciare che siano le nostre prestazioni in campo a parlare, non le nostre azioni fuori dal campo. I ragazzi della nazionale vengono da umili origini, da famiglie in cui entrambi i genitori lavorano, gente che lavora. Abbiamo un forte legame all’interno del gruppo, siamo cresciuti anno dopo anno e voglio che la gente ci ricordi come qualsiasi altro argentino. Siamo grandi lavoratori e, anche quando le cose si fanno difficili, riusciamo sempre a superarle”.

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