le Falkland, Maradona e l’Azteca, Beckham rosso e rivincita, Rattin, quante storie

ALL calcio
9 Min Read

Quaranta anni dopo la sfida immortale in Messico le due nazionali si affrontano nella semifinale dei Mondiali mercoledì ad Atlanta nel ricordo di Diego e non solo

Segnatevi la data: mercoledì 15 luglio, ore 15 locali in Georgia. Andrà al suo posto un altro pezzo luminoso del puzzle emozionante che sta diventando questo Mondiale. Allo stadio di Atlanta si affronteranno Inghilterra e Argentina in semifinale, duello eterno tra due nazioni che hanno chiaramente questioni sociali (la guerra delle Falkland) e sportive irrisolte. Questa è una partita di calcio, ma quei 74 giorni del 1982 hanno messo a dura prova i rapporti tra i due paesi a un livello che persiste ancora oggi. Poi ci pensò Maradona con la Mano de Dios e il gol del secolo 40 anni fa all’Azteca a rendere questo duello eterno, nei secoli dei secoli. “E vedete, chi non salta è un inglese”, cantano spesso i tifosi argentini sugli spalti. E la partita di mercoledì ad Atlanta si preannuncia emozionante e spettacolare. Dopo il mezzogiorno di fuoco in Messico nell’86 un altro pomeriggio di un giorno di battaglia.

La prima volta di Messi

Curiosamente, si tratta di un duello senza precedenti per Lionel Messi, che non ha mai affrontato la Nazionale inglese in carriera (né in amichevole né in partite ufficiali) dal suo debutto in Nazionale nel 2005. Le due nazionali si sono affrontate 14 volte in tutto (l sesto confronto tra queste due nazionali campioni del mondo nella storia del Mondiale) con un bilancio di 6 vittorie dell’Inghilterra, 6 pareggi e due vittorie dell’Argentina ma che restano le più memorabili. Prima di Mexico 86 c’era stato nel 1966, «el robo del siglo», l’espulsione di Antonio Rattin (curiosamente morto proprio oggi) che tolse ogni chance all’Argentina che venne eliminata dagli inglesi (poi campioni del mondo).. Rattín fu espulso dall’arbitro tedesco Rudolf Kreitlein dopo 10 minuti dopo diverse proteste, chiese un interprete e si rifiutò di lasciare il campo per diversi minuti, costringendo all’interruzione della partita. Quando finalmente lasciò il campo, lo fece in corrispondenza di uno degli angoli e accartocciò la bandierina d’angolo , decorata con i colori britannici. Si sedette anche sul tappeto rosso riservato alla Regina . La scena provocò indignazione tra il pubblico locale e divenne una delle immagini più iconiche di quel Mondiale.

Beckham, rosso e rivincita

Delle altre gare in tempi recenti resta impressa la sfida nel 1998 a Saint-Étienne (Mondiali in Francia) per gli ottavi di finale. Beckham, all’epoca 23enne star nascente del calcio inglese con la maglia del Manchester United, è il più atteso: ma sull’1-1, dopo un contrasto subito da Diego Simeone, il centrocampista inglese reagisce con un tacco sulla gamba dell’argentino e viene espulso. La partita finisce 2-2, gli inglesi perdono ai rigori. La rivincita arriva quattro anni dopo, il 7 giugno 2002, a Sapporo (Mondiali in Giappone). E’ proprio Beckham a trasformare il rigore decisivo che regala all’Inghilterra l’1-0 e la qualificazione. Per tutti, però, Inghilterra-Argentina è soprattutto il Maradona-day dell’Azteca.

Le magie di Maradona

Sono le 12 sotto il sole dello sadio Azteca di Città del Messico, domenica 22 giugno 1986. Sugli spalti 115.000 spettatori, oltre 1 miliardo quelli alla tv. E nessuno dimenticherà cosa vide quel giorno. Vide Maradona trasformarsi in diavolo deviando di mano il pallone quanto basta per scavalcare il basito Shilton e poi divinità del calcio quando parte dalla sua trequarti con una sontuosa veronica per poi inventare il gol più bello di tutti i tempi con 11 tocchi slalomeggiando tra mezza nazionale inglese, saltando Reid e Beardsley, poi Butcher e Hodge, poi Shilton in uscita. Memorabile il ricordo di Valdano, diventato poi anche una piece teatrale: “Quando Maradona prese la palla a centrocampo e si lanciò, io correvo al suo fianco e gli urlavo: ‘Sono libero, passamela’.” Mentre Valdano chiedeva il pallone, Diego continuava la sua corsa irresistibile, superando uno dopo l’altro gli avversari inglesi fino ad arrivare davanti alla porta.ì “Quando segnò dribblando cinque giocatori andai incontro a lui e gli chiesi: ‘Perché non me l’hai passata?”. La risposta di Maradona fu lapidaria: “In realtà ti ho visto, ma ho sentito dove la palla voleva andare e mi ha detto in porta.”

Quarant’anni dopo, il Messico ’86 è ancora presente in ogni partita della nazionale. Non solo perché, dopo quella di Lionel Messi, la maglia di Diego Maradona è la più vista nelle città che la squadra visita durante i Mondiali. Ma anche perché le similitudini tra la squadra di Carlos Bilardo e quella di Lionel Scaloni vanno ben oltre l’aver avuto il miglior giocatore del mondo o l’aver sollevato il trofeo. C’è qualcosa che le unisce. L‘Argentina ha costruito ancora una volta una squadra con molte delle qualità che contraddistinguono i grandi campioni: un allenatore in cui tutti credono, un leader capace di farsi carico di tutta la pressione, un gruppo che comprende che la squadra viene prima di ogni singolo individuo, un legame fortissimo con i tifosi e la sensazione di trovare sempre un modo per superare le avversità, come dimostra proprio la gara con la Svizzera.

Il paragone con i campioni dell’86

In questi Mondiali anche molti dei campioni messicani sostengono la squadra dai palchi VIP. Alcuni sono ospiti dell’AFA (Federazione Calcistica Argentina); altri hanno approfittato del viaggio negli Stati Uniti per commentare le partite, partecipare a eventi ma quando inizia la partita, diventano semplicemente tifosi in più. E si rivedono nei loro epigoni. Otamendi come Ruggeri nell’86, Dibu Martinez come Pumpido, Enzo Fernandez come Batistta. E Maradona, che non c’è ma c’è, appare sugli spalti e nei ricordi di una squadra in cui nessuno dei giocatori era nato nel 1986, ma che è cresciuto guardando Diego dribblare ripetutamente i giocatori inglesi per un gol da Paradiso

Le similitudini iniziano dai leader. Ieri era Maradona, oggi è Messi. Non è un caso che Diego sia stato il primo a dare la fascia di capitano a Messi in un Mondiale, in Sudafrica nel 2010. Col tempo, Messi ha costruito la sua leadership, molto più discreta di quella di Maradona, ma altrettanto forte. Guida con l’esempio e, come Diego, attraverso il rispetto che si è guadagnato all’interno del gruppo. In questa nazionale tutti remano nella stessa direzione, anteponendo la nazionale a qualsiasi singolo individuo.

L’esempio più recente è Lautaro Martínez. Ha perso il posto in Qatar, ha dovuto ricominciare da zero in questo Mondiale e non ha mai smesso di lavorare per riconquistare la posizione da titolare, un posto che non era riuscito a riottenere nemmeno dopo essere stato capocannoniere della Copa América 2014 e aver contribuito a 22 gol nelle ultime 28 partite. Ha aspettato la sua occasione e ha risposto quando Scaloni gli ha nuovamente dato fiducia: ha segnato contro la Giordania e si è ripetuto con la Svizzera. Ci risiamo allora. Argentina contro Inghilterra, tutto in un pomeriggio. Di fuoco.

TAGGED:
Share This Article
Leave a Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *