Serie A fuori da tutte le coppe: l’Italia sta a guardare gli altri

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Le squadre di Premier League, Liga e Bundesliga fanno magie. Noi abbiamo vinto solo tre Champions League dal ‘96: la crisi parte da lontano. I numeri sono impietosi

Fabio Licari

Giornalista

Mai come in questa Champions le semifinali sono le specchio della realtà, del nuovo ordine europeo. Psg-Bayern e Atletico-Arsenal. Una francese, una tedesca, una spagnola e un’inglese. Le prime di Ligue 1, Bundesliga e Premier: manca soltanto chi comanda in Liga perché il Barcellona ha perso il derby con Simeone. I quattro campionati top, tra i quali non c’è più l’Italia. Poi è vero che la Premier è combattuta, in Spagna è una lotta a due, e in Germania e Francia esistono dittature di ferro, mentre da noi nessuno riesce più a vincere due scudetti di fila, ma i padroni dell’Europa sono ormai altri, il nostro è un equilibrio dei poveri. Abbiamo trascorso un’altra settimana alla tv, ieri Bologna e Fiorentina sono state le ultime a salutare. Siamo fuori da tutto. Come la Nazionale.

oscurantismo

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Negli Anni 70 abbiamo vissuto anni di oscurantismo, ma il buio non ha preso il sopravvento così a lungo. Se la Champions è la misura del potere, dal 2010, dall’Inter del triplete di Mou, siamo fuori dalla stanza del comando. Sedici anni: era successo soltanto tra il 1969 (Milan) e il 1985 (Juve), ma la Serie A era ormai diventata la più bella del mondo. In questi ultimi sedici anni, invece, soltanto quattro finali — due Juve poi due Inter — tutte perse. In Europa League, ex Coppa Uefa, un successo tra il 1999 (Parma) e il 2026, quello dell’Atalanta due anni fa, più altre due finali ko con Inter e Roma. Un bilancio deprimente al quale aggiungere una Conference, quella della Roma nel 2022, e due finali perse dalla Fiorentina. Nichilismo puro rispetto a spagnole, inglesi, tedesche.

altro calcio

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Viene da chiedersi come l’Italia abbia conquistato una squadra in più nella Champions ‘25-26 grazie al ranking: l’illusione di un nuovo inizio era soltanto un caso. Con la nuova formula delle coppe, megagruppo, playoff e tabellone tennistico, sono ammessi sempre meno tatticismi e gestione. Va avanti chi vince, anzi, chi gioca per vincere. Quello che stiamo vedendo nell’eliminazione diretta di Champions è meraviglioso e tristissimo al tempo stesso, anche se il nostro stupore è più forte perché non siamo più abituati. Bayern-Real, polemiche comprese, restituisce la bellezza un po’ primordiale e bestiale del calcio, la ricerca ossessiva della verticalizzazione e del gol, le difese “indifese” e prese d’infilata. Calcio imperfetto, forse, lontano dai modelli di troppe lavagne tattiche stipate di “attacchi agli spazi” e di “braccetti”, dallo 0-0 risultato perfetto, ma voi per quale partita comprereste un (già carissimo) biglietto?

guardiolismo

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Non eravamo così, anche se dieci anni fa l’allora ct Prandelli aveva denunciato la pericolosa tendenza al “volemose bene”, al tacito patto per rallentare il ritmo e accontentarsi. Nel tempo, questa tendenza ha causato effetti deleteri, mascherata dall’imitazione del guardiolismo del Barcellona. Dimenticando gli interpreti sublimi, da Iniesta a Xavi, e il fatto che Luis Enrique aveva già superato il maestro con velocità e profondità che avevano reso il suo Barça ancora più bello.

paura

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Non ne possiamo più di questa palla che circola in orizzontale tra i difensori. Ma siamo sicuri che il campionato italiano abbia la percentuale più alta di passaggi riusciti: nessuno è rischioso. Anche il contropiede, da noi, è fatto di calcoli: guardiamo quello del Real Madrid a cento all’ora e impariamo. Guardiamo il calcio fisico, aggressivo e con quattro punte del Bayern. Ammiriamo il calcio totale e senza riferimenti del Psg. Appena la cifra dei rivali si alza, entriamo nel panico. Abbiamo paura di attaccare, come se non avessimo capito che ormai, difendendosi soltanto, non si vince più.

confronto spietato

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L’Arsenal contro l’Inter sembrava il profeta del calcio del futuro, Leverkusen e Sporting l’hanno ridimensionato. Si può perdere con il Bayern ma non come l’Atalanta. Delle grandi, l’Inter ha superato solo il Borussia, ma poi è uscita con il Bodo. Juve e Napoli ancora peggio e i bianconeri hanno perso con un Galatasaray che andava a ondate che sembravano tsunami, salvo mostrare debolezze poco sfruttate. Non parliamo del Bologna con l’Aston Villa ieri sera. Non c’è scontro diretto nel quale siamo sfuggiti all’impressione di inferiorità. Non abbiamo un club nelle semifinali di tre coppe.

trent’anni

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E non è più il caso di stupirsi. In quattro delle ultime sei Champions ci siamo fermati agli ottavi. Nei dieci anni precedenti, escluse le due finali della Juve, soltanto la semifinale della Roma nel 2018. Peggio ancora se analizziamo gli ultimi trent’anni: dalla Champions della Juve nel ‘96, il Milan ne ha vinte due (2003 e 2007) e l’Inter una (2010). Tre Champions in trent’anni, più tre Europa League, una Coppa Coppe e una Conference. A pensarci bene, niente. Forse è stata una lenta discesa nell’inferno e ce ne siamo accorti solo ora che siamo all’ultimo girone dantesco. O quasi…



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