Ruggeri: “Io e Beccalossi come fratelli, cresciuti insieme dal 1979. L’ho visto ieri sera”

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Il cantautore ricorda i quasi 50 anni d’amicizia con il fuoriclasse dell’Inter: “Quando giocavamo insieme delle partite di beneficenza o tra amici mi lasciava la maglia numero dieci ma io non volevo, era sua di diritto. Sento un grande dolore dentro. Sua figlia Nagaja è cresciuta sulle mie ginocchia”

Andrea Ramazzotti

Giornalista

Sono cresciuti insieme e non si sono mai persi di vista. L’amicizia tra Evaristo Beccalossi ed Enrico Ruggeri durava dal 1979 e il cantautore ieri sera è stato uno dei pochissimi ad abbracciarlo prima che il grande numero 10 dell’Inter ci lasciasse. Oggi Ruggeri è un uomo segnato dal dolore perché ha perso un amico, anzi… un fratello di vita.

Ruggeri, quando vi siete conosciuti con Beccalossi?

“Nel 1979: lui era arrivato da poco all’Inter e aveva 23 anni, mentre io ne avevo 22, da allora non ci siamo mai persi di vista, neppure negli ultimi anni in cui lui è stato male. Ci accomunano talmente tanti ricordi che è impossibile metterli in ordine. Sapevamo tutto l’uno dell’altro. Se uno attraversava un momento complicato, l’altro c’era. E’ stato sempre così”.

Lei era il cantante preferito di Beccalossi e lui è stato il suo giocatore preferito.

“E’ stato il mio idolo incontrastato. Lo dico da interista e con grande rispetto per tutti gli altri campioni che hanno indossato la maglia nerazzurra: Evaristo era il 10, uno che con la palla faceva quello che voleva. Ci ha fatto divertire ed è diventato un simbolo dell’Inter”.

Peccato che abbia vinto meno di quello che meritasse.

“Sì, questo è vero, ma i giocatori e gli uomini non si misurano solo con i trofei alzati. Lui ha deliziato i tifosi dell’Inter e non solo loro visto quanto affetto ho sempre avvertito intorno a lui. Quando andavamo in giro insieme, anche se aveva smesso di giocare da tempo e io magari avevo lanciato da poco una canzone, c’erano più persone che fermavano lui per una foto e un autografo rispetto a me. Becca era incredibile”.

In campo come lo ricorda?

Per quello che era: un fuoriclasse che… frequentava poco la sua metà campo e che giocava solo quando aveva il pallone. Non è stato super in tutte le partite, ma quelle in cui era in forma, le vinceva da solo. O quasi… Deliziava San Siro con le sue invenzioni”.

La gara più bella che gli ha visto giocare?

“Inter-Austria Vienna, in Coppa Uefa. Non passammo il turno perché avevamo perso all’andata, ma lui fece di tutto e mise più volte i suoi compagni in condizioni di segnare. Il vero Beccalossi, infermabile”.

E pensare che in Nazionale non ha mai giocato. Nel 1981-82 disputò una delle migliori stagioni della sua carriera, se non la migliore in assoluto.

“Vero, in quegli anni la Nazionale aveva calciatori di valore assoluto. Veri e propri fuoriclasse. Essere convocati non era facile, ma pensare che lui non sia mai stato convocato… beh, questo è un po’ troppo. Lui, pur dispiaciuto, l’ha sempre presa con filosofia, mentre io sarei andato a Coverciano e avrei spaccato tutto. Aveva capito che Bearzot non lo vedeva e se ne fece una ragione. Avrebbe merito di andare in Spagna e invece portarono nel gruppo Selvaggi. Immaginate cosa sarebbe successo se, dopo i primi tre pareggi nel girone, ci fosse stato Beccalossi in panchina? La gente avrebbe fatto la rivoluzione per vederlo in campo”.

Avete anche giocato insieme…

“Tra amici e in gare amichevoli. Io con la nazionale cantanti indossavo la maglia numero 10, ma la volevo lasciare a lui. Non me lo permetteva e per questo ci sono stati incontri in cui l’abbiamo indossata entrambi”.

E lei gli ha dedicato una canzone nel 1997, “Il fantasista”.

“Era un calciatore che faceva impazzire tutti, un trequartista di un calcio che oggi non c’è più. E’ stato un omaggio al mio idolo e mi ha fatto piacere la sua commozione dopo che l’ha sentita la prima volta: ricordo che mi telefonò ed era commosso”.

Quando l’ha visto l’ultima volta?

“Ieri sera. Domenica ho cantato a Pescara e ieri sua figlia Nagaja, che è cresciuta sulle mie ginocchia, mi ha chiamato per dirmi che era peggiorato. Ho preso la macchina e sono andato subito all’ospedale di Brescia. Non sono riuscito a parlargli, ma l’ho abbracciato. Per me era come un fratello. Mi mancherà tanto”.



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