Intervista Ubaldo Pantani, imitatore di Spalletti e Allegri: “Milan-Juve e…”

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Milan-Juve vista dall’imitatore “ufficiale” dei due allenatori: “Luciano è saggezza popolare, Allegri è carisma, messi insieme sono la sintesi del calcio italiano. Io dico quello che loro non possono dire…”

Giorgio Burreddu

Collaboratore

Ubaldo Pantani è uno e trino. Ma no, che avete capito. Può essere Max Allegri o Luciano Spalletti. Oppure (semplicemente) il grande appassionato di calcio che è. “Allegri-Spalletti: da un loro mashup viene fuori la perfetta sintesi del calcio italiano”. Pantani è allenatore della nazionale cantanti, subbuteista, globetrotter di stadi (per quelli della Premier va pazzo). Ma anche ex giocatore e pensatore del sistema calcio (ha immaginato una Riforma – seria – del pallone). C’è un mondo, insomma, dentro l’imitatore più vivace d’Italia. Pantani sta portando in giro il suo spettacolo, “Inimitabile”, ultime date (sold out) a Milano (l’11 maggio) e Torino (il 13). “Ma l’anno prossimo ci torno”, promette. Intanto, ecco Milan-Juventus, il grande spettacolo della Serie A: Max contro Lucho, Allegri contro Spalletti, le due maschere del suo gigantesco repertorio. “Mi viene da dire pareggio. E mi viene da dire 1-1”. 

“Due squadre che concedono entrambe poco e non riesco in questo momento a immaginarmi una supremazia dell’una sull’altra. Perché comunque, per quanto spesso abbia sofferto in alcune partite il Milan, tipo a Verona, comunque è difficile fargli gol”. 

Allegri-Spalletti: che sfida è? 

“Si stanno affrontando due allenatori che imito e che, in quanto allenatore della nazionale cantanti, cerco di imitare perché secondo me sono dei modelli. Ognuno a suo modo, eh”. 

“Potrebbero essere stati entrambi allenatori che potrei avere avuto io”. 

Che personaggio è Luciano? 

“Molto molto carismatico. Non tanto sulle sue subordinate eccessive, che fanno parte del suo impianto dialettico, incentrato su molte subordinate e poi ovviamente ne perde alcune volte il controllo. Per lui mi concentro nel riportare la saggezza popolare, che poi è condivisa perché da toscano la conosco benissimo. Riportare tutto a degli schemi semplici, relazionali e di vita, cioè riportare tutto all’antica saggezza. Ecco, mi fa ridere molto”. 

È così che sceglie qualcuno da imitare. 

“Concettualmente mi deve far ridere il loro, diciamo, dark side. Quello che in realtà vorrebbero realmente dire e non possono dire. La mia versione dei personaggi è un po’ quella salottiera, è come a metà tra salotto televisivo e salotto di casa. Io cerco di farne una versione come se quasi realmente dicessero quello che pensano”. 

Spalletti lo ha anche conosciuto? 

“Una volta mi ha fatto un sorriso beffardo. Come se dicesse: ‘So chi sei…’. Poi a lui mi lega il fatto che ha giocato un anno nella Volterrana, a Volterra, la città sopra il mio paese, che conosco molto bene e a cui sono legato perché gioco nella squadra di subbuteo. Spalletti iniziai a imitarlo a ‘Quelli che il calcio’ una decina di anni fa. Stava all’Inter. In versione Apocalypse Now. Si toccava la testa… Diceva: ‘Situazioni… Nebulose…’. Ecco”. 

“Anche lui grandissimo carisma. Lui l’ho incontrato al Gran Galà del calcio. Allegri quando entra in una stanza senti che è entrato qualcuno. Questa è la cosa che dico sempre. Alcune volte ho parlato con lui alla Partita del cuore. Una volta mi ha detto semplicemente: ‘Ma te sei quello che ‘mimita?’. Lui di Livorno, conosco bene il quartiere dove è cresciuto. Lui ha fatto il calciatore professionista, io no”.

Ma ha ammesso di diventare Allegri in certe occasioni.

“Quando mi arrabbio di sicuro, mi viene proprio naturale. In queste esperienze che ho fatto fino ad ora, quella di mettere al centro di tutto la gestione del gruppo e cercare di far sentire importanti i giocatori, è una cosa che Allegri fa come tanti altri grandi allenatori”. 

Perché dice che sono la sintesi del calcio italiano? 

“Spalletti è riuscito a convincere, a trasmettere ai suoi giocatori un modo di giocare diverso, più offensivo, chiedendo ai giocatori di avere il coraggio di prendersi più responsabilità. Dovessi scegliere un punto che sintetizzi il lavoro di Spalletti, me lo fisserei nell’evoluzione che ha avuto Kalulu: è l’emblema di tutto ciò che Spalletti è riuscito a fare”. 

Ci vuole molto carisma. 

“Delle volte Spalletti mi sembra un allenatore che allena la juniores. E questo suo modo che ha di trattare tutti i giocatori come degli juniores è un vantaggio per certi versi, ma può essere anche uno svantaggio”. 

“A me fanno ridere molto spesso gli analisti che cercano e attribuiscono ad Allegri una sorta di faciloneria tattica. Come se Allegri nel suo staff non avesse dei tattici, dei match analyst, ma venisse dipinto come un allenatore così, come se arrivasse al campo e dicesse due battute. Ma santo cielo… secondo voi lo staff di Allegri non prepara le partite, non prepara la parte difensiva, non trova le soluzioni? Delle volte è imbarazzante, per amore di crociata, dipingerlo come un pressappochista tattico, quando non lo è assolutamente”. 

Che campionato è stato fin qui? 

“Bello. Mi è piaciuto molto. Ma c’è un divario troppo grosso tra la parte superiore e quella inferiore. Quindi diciamo bello per la lotta sopra, brutto in quella sotto. La vera rivelazione, però, è stata Chivu”.



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