“Cosa resta del calcio”, il nuovo libro di Lorenzo Casini

ALL calcio
3 Min Read

Infrastrutture, risorse e cultura, questi gli elementi da cui ripartire secondo l’ex presidente della Lega Serie A. Il saggio è pubblicato da Il Mulino

Cosa resta del calcio nell’epoca dei fondi d’investimento, delle piattaforme digitali, dei calendari sempre più congestionati e dei tifosi trasformati in consumatori globali? Ma, soprattutto, cosa resta del calcio in un Paese come l’Italia, che attrae 34 milioni di tifosi e oltre 4 milioni di praticanti, conserva in bacheca quattro Coppe del Mondo, si è a lungo fregiato del titolo di “campionato più bello del mondo” eppure non si è qualificato ai Mondiali per la terza volta consecutiva? Sono le domande che Lorenzo Casini pone al centro del suo ultimo libro, dal titolo appunto Cosa resta del calcio, appena pubblicato da Il Mulino. Un saggio che arriva in un momento cruciale per il calcio italiano, in profonda crisi di risultati e con un nuovo presidente federale, Giovanni Malagò, appena eletto. Casini compie la sua indagine da un osservatorio privilegiato, essendo stato presidente della Lega Serie A dal marzo 2022 al dicembre 2024. Oggi è rettore e professore ordinario di diritto amministrativo nella Scuola Imt Alti Studi Lucca e presidente dell’Istituto di ricerche sulla pubblica amministrazione (Irpa). Questo doppio registro – l’esperienza sul campo e la carriera accademica – traspare nella lettura del libro, che analizza le cause della crisi del pallone e offre una serie di soluzioni attraverso dati, confronti e retroscena.

ricetta

—  

Per Casini sono tre gli elementi-chiave da cui ripartire: infrastrutture, risorse e cultura. Non a caso il primo capitolo è dedicato all’atavico problema degli stadi, con la Serie A che incassa dal matchday meno della metà della Premier League. Le pagine scorrono poi tra storture normative, come quella delle squadre che fanno l’ascensore tra A e B utilizzando il paracadute, conflitti di potere tra le istituzioni, scandali come quello arbitrale, i mancati investimenti nei vivai, compresa la resistenza al progetto delle seconde squadre, e l’esigenza di uno ius soli sportivo. Casini analizza infine i motivi dell’assenza dai Mondiali, indicando come riferimento i modelli virtuosi di Germania, Francia e Spagna, per concludere con un consiglio: si riparta dalla tecnica, dal gioco, dalla libertà. La ricetta, infatti, sta nel combinare con le giuste dosi la vena industriale che ormai ha impregnato ogni azione dei decisori calcistici e la passione che ancora si respira, nonostante tutto, tra il pubblico e alla base della piramide. Globale e locale, business e territorio. Tutto deve tenersi insieme.

Share This Article
Leave a Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *