Alessandro Nesta, intervista: “In Italia cresciamo giovani come polli d’allevamento”

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L’ex difensore campione del mondo 2006: “Non è difficile ristrutturare un club se metti le persone giuste nel ruolo giusto. Oggi c’è troppa tattica, a 12-13 anni si parla di schemi e moduli quando invece si dovrebbero sviluppare genio e dribbling”

Alessandro Nesta firma maglie azzurre numero 13 e lo stesso fa con le bianche del Milan: i tifosi italiani di New York hanno un grande senso di appartenenza nazionale, oltre che una fede rossonera diffusa. Il tempo è passato ma l’Italia che vince, salvo l’eccezione dell’Europeo, resta quella del 2006. Lo stesso vale per il Milan: e Nesta è stato protagonista di entrambe. Qui è tra i più acclamati; a Toronto, prima tappa delle leggende azzurre, giocava in casa: aveva vissuto in Canada nella stagione con il Montreal Impact. A New York è tempo di riflettere e non solo perché gli azzurri assistono con partecipazione alla messa mattutina di Don Luigi. Nesta è seduto di fianco a Pirlo, con cui ha vissuto centinaia di battaglie in campo.


Sandro Nesta

Ex difensore

Nato nel ’76, conl’Italia ha vinto il Mondiale 2006. Col Milan 2 Champions, 3 scudetti e un’Intercontinentale. Oggi allena l’Avellino

Nesta, sorpreso dall’affetto della comunità italiana? 

“In realtà non più di tanto, perché avendo vissuto e giocato in Nord America conosco benissimo il calore dei nostri connazionali. Essere qui era un atto dovuto dopo la delusione Mondiale, abbiamo risposto subito presente alla ‘convocazione’ del presidente Infantino”.

Perché la Nazionale a cui gli italiani sono affezionati rimane ancora la vostra? 

“Dopo di noi c’è stato il vuoto, nessun successo a parte l’Europeo. Abbiamo fatto parte di una generazione clamorosa e in più abbiamo vinto. Oggi non ci sono più giocatori iconici come quelli che hanno fatto parte del nostro gruppo, e ovviamente i risultati incidono sul giudizio”.

Dopo di noi c’è stato il vuoto, nessun successo a parte l’Europeo. Abbiamo fatto parte di una generazione clamorosa e in più abbiamo vinto

Sandro NestaSugli azzurri del 2006

Si è chiesto anche il perché? 

“Più fattori insieme hanno contributo. Abbiamo perso la nostra identità italiana e siamo andati a scopiazzare in giro, allo stesso tempo è mancato l’interesse dei club per i giovani. E va anche detto che le società non sono tutelate: magari investono sui ragazzi per anni e anni per poi vederseli portare via. Se davvero si vuole puntare sui vivai servono anche nuove leggi a tutela. E unito a questo: va lasciata ai giocatori la libertà di esprimersi. Oggi c’è troppa tattica, già dai 12-13 anni si parla di schemi e moduli quando invece si dovrebbero sviluppare genio e dribbling. Oggi, passatemi il termine, si crescono polli da allevamento, tutti uguali, bravi a palleggiare ma senza creatività”.

Lo stesso succede per la Serie A: i volti più riconosciuti nel mondo sono ancora i vostri. Perché non siamo stati capaci di rinnovarci? 

“Le cose procedono di pari passo. La Nazionale perde interesse perché non vince e i giocatori forti sono attratti da altri campionati, quando un tempo il sogno di tutti era la Serie A. Non siamo riusciti a costruire una Lega che viaggiasse sulle proprie gambe, siamo figli viziati di famiglie come Berlusconi, Moratti, Sensi. Da allora non ci siamo evoluti, tanto più a livello di stadi e infrastrutture come invece hanno saputo fare altrove”.

Vale anche per il suo Milan: si aspettava l’ultima discesa con Allegri? 

“Max ha responsabilità, come ce l’hanno tutti i giocatori. Ma il vero problema del Milan è stata la grande confusione interna al club. Allo stesso tempo, e per lo stesso motivo, non credo sia difficile rimettere a posto le cose”.

Da cosa deriva la sua fiducia? 

“Non è difficile ristrutturare un club se metti le persone giuste nel ruolo giusto. A ognuno compiti e responsabilità precise: si riparte così, con prospettive chiare”.

Con Ibrahimovic aveva condiviso lo spogliatoio rossonero: ha più avuto contatti? 

“Ho un buonissimo rapporto con Zlatan ma non posso giudicarlo in qualità di dirigente. È stato un compagno di squadra fortissimo, questo di sicuro. Ma l’ordine che serve in un club deve arrivare dall’alto e ripeto, non la vedo difficilissima”.

Al nuovo Milan serve più un grande attaccante o un grande difensore? 

“Assolutamente un grande centravanti”.

Serve anche molto altro per tornare finalmente competitivi in campionato? 

“Ma no. Credo che la base della squadra sia già forte così, le potenzialità ci sono. Un bravo portiere, Pavlovic che è cresciuto tantissimo, un buon centrocampo. Poi dipende anche da cosa succederà in estate sul mercato”.

Vista da allenatore: a che tipo di tecnico affiderebbe la guida del nuovo corso? 

“Tutto deve partire dal direttore sportivo. Con un ds capace, che sceglie un bravo allenatore a suo gusto e insieme definiscono una linea per arrivare ai risultati, possono riuscire a farlo anche in tempi brevi”.

Griglia del campionato: prime proiezioni per chi starà davanti agli altri? 

“Inter davanti, Napoli da vedere. Per me il Milan ristrutturato nel modo giusto può arrivare subito secondo”.

Si torna qui per il Mondiale: le sue favorite? 

“Sarà finale Francia-Spagna”.



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