L’ex manager: “Sono stato anche allenatore, ma collassai. Ho fatto il direttore per la prima proprietà straniera in Italia A Londra vivevo da re, in Grecia mi rifiutai di lavorare…”
Quando si dice partire dal basso, fare la gavetta. Sergio Gasparin, uomo di calcio tra i più preparati, il dirigente che ‘creò’ il Vicenza vincitore della Coppa Italia, il primo manager calcistico italiano a lavorare per un fondo estero, potrebbe scrivere un trattato sul tema. Nessuno lo ha calato dall’alto: “Ho cominciato da ragazzo come operaio metalmeccanico. Per diplomarmi facevo le scuole serali e passavo centomila lire al mese a un collega perché mi lasciasse sempre i turni diurni. Quei soldi gli servivano per costruire la casa, mi diplomai perito industriale”. Un’ascesa: “Operaio, caposquadra, direttore dell’ufficio produzione, vicedirettore del personale. Poi mi cercò la Lowara, un’azienda dell’elettrodinamica. Accettai e poco dopo ci comprò una multinazionale americana. Diventai direttore del personale. Trattavo coi sindacati e studiavo calcio”.
“Sì, a Coverciano, ho fatto il corso con Lippi, Savoldi, Anastasi. Ho allenato il Giorgione di Castelfranco Veneto in C, ho portato il Bassano e il Thiene in Interregionale. Con il Thiene chiudemmo imbattuti e Sandro Ciotti ci invitò alla Domenica sportiva. A Thiene il presidente era Pieraldo Dalle Carbonare”.
Dalle Carbonare comprò il Vicenza, in Serie C.
“Mi chiamò e mi propose di seguirlo. Stavo benissimo alla Lowara, ma sono sempre stato attratto dalle emozioni e accettai il rischio”.

A un certo punto, nel Vicenza, si ritrovò a ricoprire il doppio ruolo di d.g. e allenatore.
“Esonerammo Romano Fogli e il presidente mi chiese di sostituirlo. Non volevo, lavoravo 20 ore al giorno come dirigente. Obbedii e all’ottava partita, a Prato, ebbi un collasso in spogliatoio, svenni. Il medico mi disse: ‘Se riprendi ad allenare, ti ammazzo io con le mie mani. Hai troppa tensione addosso'”.
Così lei prese un altro allenatore.
“Renzo Ulivieri, uomo di personalità. Salimmo in Serie B, poi Renzo andò al Bologna e io chiamai Guidolin, che conoscevo dai tempi del Giorgione. Siamo molto più che amici, ci unisce una fratellanza. Con Guidolin, il Vicenza è arrivato in cima: la Serie A, la Coppa Italia vinta nel 1997 in finale contro il Napoli, le semifinali di Coppa Coppe perse nel ‘98 contro il Chelsea di Vialli. All’inizio della prima stagione di Serie A, tenemmo appesa in spogliatoio la pagina della Gazzetta sui pronostici estivi di allenatori e capitani: ‘Vicenza retrocesso’, diceva uno dei titoli. Arrivammo noni… Nell’annata successiva, a fine novembre ci ritrovammo primi e conservo una pagina della Gazzetta: ‘Viaggio nella città che guarda Milan e Inter dall’alto’. C’era la foto di Guidolin e me suonatori improvvisati di violino al teatro di Vicenza, l’Olimpico, progettato dal Palladio”.
Guidolin, l’allenatore della Coppa Italia vinta?
“Non era facile da gestire, aveva le sue paranoie, a fine partita capitava che urlasse con me, poi lo calmavo, ma era ed è un uomo leale e faceva giocare benissimo le sue squadre. L’ho avuto al Vicenza, l’ho riportato all’Udinese, l’avrei voluto ovunque”.
Il segreto di quel Vicenza?
“La quercia. Eravamo una quercia, albero resistente. Quattro bilanci consecutivi in utile”.
Finché non si scatenò la tempesta perfetta.
“Volevamo quotarci in Borsa, qualcuno remò contro di noi. Poi arrivarono i guai giudiziari del presidente Dalle Carbonare e il Vicenza venne messo all’asta come bene alienabile, il Vicenza non fallì. Ci comprò Enic Group, il fondo inglese di Daniel Levy, futuro presidente del Tottenham. Levy mi offrì di diventare direttore generale dell’Enic, che controllava quattro club: Aek Atene, Basilea, Slavia Praga e Vicenza. Mi trasferii a Londra, vivevo da re. Presentammo il progetto per il nuovo stadio di Vicenza, il Comune lo bocciò, trent’anni fa. Il vecchio Menti è ancora lì, però hanno tolto i pali nelle tribune…”.
Con le altre squadre come andò?
“Con lo Slavia Praga benissimo, la Repubblica Ceca un paradiso. Con gli svizzeri del Basilea, complicazioni. Per l’Aek Atene non lavorerei neppure con una pistola puntata alla tempia. Non so oggi, ma allora il calcio greco era un mondo pericoloso e lo dissi a Levy: ‘Guarda, da un momento all’altro può arrivare la polizia e arrestare tutti, e tu sei quotato alla Borsa di Londra…’. Vendemmo l’Aek”.
Poi lei ritornò in Italia, al Venezia di Zamparini.
“Salimmo in Serie A e accadde la stessa cosa di Vicenza. Il Comune di Venezia approvò il progetto del nuovo stadio, con una clausola: gli esercizi commerciali dovevano essere collegati soltanto alle attività della squadra, magliette, merchandising. Come si può pensare di mettere un vincolo simile? Avremmo dovuto aprire dieci negozi di articoli sportivi? Zamparini furioso mi disse. ‘Vendi tutti i giocatori, andiamo a Palermo’”.
“No, rientrai a Vicenza, poi Messina, Udinese, Samp e Catania”.
A Genova, visse il momento imbarazzante degli insulti di Cassano al presidente Garrone.
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“Ai figli di Garrone dissi: ‘Vostro padre tratta Cassano come un figlio’. Loro risposero: ‘Magari ci trattasse come lui. Papà è innamorato di Antonio’. Questa è la premessa. Riccardo Garrone, uno dei più importanti imprenditori del Paese, stravedeva per Cassano. Un giorno — io c’ero —, il presidente entrò in spogliatoio e si rivolse a Cassano: ‘Per favore, Antonio, stasera puoi andare alla cena di un club di miei amici?’. Mi pare fosse il Rotary o il Panathlon. E poi: ‘Ritiri un premio, un piatto d’argento, e vai via, una cosa di dieci minuti, non è necessario che ti fermi a cena’. Antonio rispose più o meno così, con un tono che vi lascio immaginare: ‘È la seconda volta che me lo chiede, faccia in modo che non ci sia la terza’. Garrone disse: ‘Mi dispiace, non mi sembra di averti chiesto chissà che cosa’. A quel punto, Cassano buttò all’aria varie sedie e urlò a Garrone insulti irriferibili. L’unica frase che posso riportare è questa: ‘Non sono il tuo schiavo e non voglio più vederti’. Cassano venne mandato via. Dentro di me sento ancora l’amarezza per quella scena (Garrone è scomparso nel 2013, ndr)”.
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