Gli errori di quella sera nella sfida di Coppa delle Coppe con lo Slovan Bratislava sono stati immortalati da Paolo Rossi nel monologo “Lode a te, Evaristo Beccalossi” che finisce così: “E io pensai: per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo”
È il 15 settembre 1982. Da poco più di due mesi l’Italia di Enzo Bearzot è campione del mondo. In quella squadra non c’è stato posto per il protagonista di questa storia. Una storia accompagnata dalle melodie di Miguel Bosé (Bravi ragazzi), Claudio Baglioni (Avrai) e Giuni Russo (Un’estate al mare) che guidano la classifica dei 45 giri più venduti in quei giorni di fine estate. La storia si svolge a Milano, nello stadio Meazza di San Siro. Si gioca la sfida d’andata dei sedicesimi di finale della Coppa delle Coppe. Di fronte all’Inter di Rino Marchesi, padrona di casa, c’è lo Slovan Bratislava: una squadra cecoclovacca. Al “divorzio di velluto” tra Repubblica Ceca (o Cechia) e Slovacchia, cui lo Slovan appartiene, mancano più di undici anni. L’Inter attacca. È più forte. Si vede. È evidente. Ma non sfonda. Gioca meglio. In attacco ha Alessandro Altobelli detto “Spillo” e un brasiliano brevilineo che si è rivelato nell’Avellino e ha il vezzo di girare intorno alla bandierina dopo ogni gol segnato. All’anagrafe è Jorge dos Santos Filho, ma per tutti è “Juary”. A ispirarli, con quel sinistro capace di mirabilie e il destro educato ecco il protagonista di questa storia. Si chiama Evaristo Beccalossi, lo chiamano il “Becca” e i tifosi nerazzurri stravedono per lui. “Evaristo, Evaristo non lo ferma neanche Cristo” urlano dalla curva. Il ct azzurro, invece, non lo ha ritenuto all’altezza di partecipare alla sepdizione spagnola. La sua scelta ha diviso l’opinione pubblica. Una ragazza, durante il ritiro premondiale, ha dato al tecnico di Prato dello “Scimmione” per perorare la causa del suo idolo (e di Roberto Pruzzo), ricevendone prima un sacrosanto ceffone e poi un dialogo privato di riappacificazione. Perché il “Becca” ha tanta qualità. Ma a quell’Italia non è servito per vincere come aveva fatto l’11 luglio precedente.
primo tempo
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Rieccoci a Inter-Slovan. Il primo tempo termina 0-0. Nella ripresa, la squadra di Marchesi accelera il ritmo. Giuseppe Baresi, Antonio Sabato, Salvatore Bagni e Gabriele “Lele” Oriali si sforzano di spostare il baricentro in avanti per mettere sotto pressione gli avversari. Lì dietro, Graziano Bini, Riccardo Ferri e Fulvio Collovati hanno poco da fare. Ancor meno Ivano Bordon, inoperoso o quasi. Il “Becca” comprende che deve fare di più. Deve dare di più. Per l’ennesima volta entra nell’area avversaria. Jan Hlavaty, mezzala con licenza di murare, lo butta giù. L’arbitro portoghese Viriato Graca Oliva non ha dubbi: è rigore. Sono trascorsi poco più di 10′ della ripresa. “Sono il rigorista designato – dirà ‘Becca’ –, vado a prendere il pallone, lo metto sul dischetto, prendo la ricorsa, e calcio una specie di mozzarella: fuori. Non mi dispero e continuo a giocare come se nulla fosse successo”. Insomma Inter-Slovan resta sullo 0-0. Trascorrono altri 420 secondi. Sette minuti. Ancora “Becca” sale in cattedra: “Vado via sulla destra – dirà -, piazzo un cross in mezzo all’area, un avversario tocca il pallone con il braccio e l’arbitro fischia un altro rigore”. Una pausa, poi “Beh, confesso che qualche dubbio mi è venuto. Mi dico: ‘Che cosa faccio? Tiro o lascio l’incombenza a qualcun altro?’. Vado da Altobelli, che era il secondo rigorista e anche il mio ‘socio’, e gli faccio: ‘Dai, Spillo, tiralo tu!’. Ma Spillo mi fa segno di no con la testa, poi arriva Lele (Oriali, ndr), che era la mia coscienza e quella di tutta la squadra, mi dà una pacca sulla spalla e mi invita a calciare. Metto ancora il pallone sul dischetto e, sempre di sinistro, indirizzo il tiro sulla sinistra del portiere. Lui si tuffa e ribatte. Allora io piombo sulla respinta e calcio di destro con una violenza mai vista. Ancora parato. Il portiere dello Slovan è un certo Milan Mana, mai più sentito nominare. A quel punto, per me, e forse per tutti i tifosi nerazzurri, è sceso il buio”.

il risultato
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Due rigori falliti non sono un inedito. Ma fanno male. Qualche anno più tardi, nelle gare di qualificazione agli Europei del 1988, toccherà ad Altobelli “imitarlo” nella sfida dello stadio Tà Qali di La Valletta. Ma l’Italia conduceva già per 2-0… Anche l’Inter, quella sera di settembre, s’impone per 2-0. Il primo al 78’: Sabato mette il pallone al centro dell’area, Juary lo allunga sulla destra per “Spillo” che si gira e in mezza rovesciata sblocca la gara. All’83’, un liscio della difesa cecoclovacca favorisce Sabato che da due passi raddoppia. Al ritorno, il 2-1 per lo Slovan qualificherà l’Inter che – dopo aver eliminato gli olandesi dell’Az 67 negli ottavi (1-0 e 0-2) – si fermerà nei quarti col Real Madrid (1-1 e 1-2), poi sconfitto nella finale di Göteborg dagli scozzesi dell’Aberdeen: 2-1 dopo i tempi supplementari.
il dopo
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E il “Becca”? Come reagisce a quel doppio errore dal dischetto? Dirà: “Qualche minuto dopo, ancora sullo 0-0, ricevo un passaggio e sono talmente nervoso e talmente arrabbiato che tutti i muscoli sono tesi, e succede che m’infortuno. Ovviamente vengo sostituito. Entra Roberto Bergamaschi al mio posto. Cammino a testa bassa verso lo spogliatoio, mi accorgo che la gente segue tutta la mia passeggiata e mi sento in colpa, tremendamente in colpa verso i tifosi che mi amano. Entro nello spogliatoio e spacco due porte. Urlo come un matto, lì da solo, e non c’è verso di calmarmi”. E a fine gara? “I compagni, tornati nello spogliatoio, sono davvero gentili: mi consolano, mi dicono che non è successo niente, che è andato tutto bene. Bene un corno, penso io. Temo di aver rovinato il mio rapporto con il pubblico, che è la cosa a cui tengo di più. Anche il presidente Ivanoe Fraizzoli e Sandro Mazzola vengono negli spogliatoi e mi dicono parole gentili. E quando, dopo aver recuperato dall’infortunio, torno a giocare a San Siro i tifosi mi accolgono con un’ovazione: Eee-varisto! Eee-varisto! Un boato di passione. E in quel momento lì capisco che tra me e l’Inter è amore vero, e lo sarà per sempre”. Neanche due rigori falliti potranno incrinarlo.
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il monologo
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Di più, quella sfortunata serata (per il “Becca”) sarà immortalata in un monologo di Paolo Rossi, tifoso interista doc, Lode a Evaristo Beccalossi: “Io non posso dimenticare una partita che era Inter-Slovan Bratislava. Io l’ho vista, chi l’ha vista sa di cosa sto parlando. A un certo punto l’arbitro diede un calcio di rigore all’Inter. Per chi s’intende di calcio, ma anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore… Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: ‘Lo tiro io…’ e io pensai con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri. Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo. Ma quando cinque minuti dopo, e chi ha visto quella partita sa che non mento, ridiedero un calcio di rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: ‘No, puttana Eva…’. ‘Lo tiro io’ E mise la palla sul dischetto del calcio di rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò. E io pensai: per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo”. Lode a te, “Becca”.
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