Il 2026 fin qui è stato un calvario sotto tutti i punti di vista per il nazionale Usa. In campionato non segna da oltre 100 giorni. Domenica arriva il Verona, l’ultima avversaria a cui ha fatto gol
I cento giorni sono stati superati da poco, in una personalissima battaglia che per il momento non riesce ancora a portare a casa. Cento giorni abbondanti di digiuno che hanno messo sottosopra la vita in rossonero di Christian Pulisic, trasformandolo da alchimista a pistolero col tamburo inceppato. La trasferta di Verona non può passare inosservata perché l’ultimo sorriso di Christian risale proprio alla partita di andata contro i veneti. Quella volta a San Siro fu tutto piuttosto semplice per il Diavolo, perché il motore funzionava: il Milan aveva svariate soluzioni offensive, aveva vinto da poco il primo derby stagionale e Pulisic era il Re Mida di Allegri: 8 gol (e 2 assist) in 11 partite, ovvero una rete ogni 74 minuti. Media clamorosa. Il gol al Verona del 28 dicembre però non ha più avuto seguito, Christian ha iniziato ad accartocciarsi su se stesso senza riuscire a rimettersi la squadra sulle spalle, e in questo senso nessuno è riuscito ad aiutarlo: se i colleghi di reparto avessero fatto il loro mestiere, i suoi 8 gol sarebbero considerati comunque un bottino rispettabile, invece di spiccare per essersi interrotti di botto.
indizio
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Certo, le due andature opposte ovviamente restano a prescindere e, come spesso avviene in questi casi, la genesi è un insieme di cause, non c’è una spiegazione unica. Senza avere la presunzione di volersi addentrare nella testa altrui, anche il recente cambio di look – barba lunga, che fa un certo effetto su un viso dai tratti somaticamente giovani – può essere letto come un indizio di voler cambiare. Di lasciarsi alle spalle mesi complicati dove poco, o nulla, ha girato per il verso giusto. Gli ultimi sorrisi di Pulisic risalgono appunto alla fine dell’anno scorso, inteso come anno solare: il 2026 pare più una lotta costante contro tutto e tutti. Anche contro se stesso e contro un pallone che non vuole più saperne di entrare. Dal Verona al Verona la casella dei gol è rimasta immacolata, appesantita – anche – da una condizione atletica piuttosto lontana dall’ottimale che ha bussato alla sua porta più volte lungo la stagione (anche se con l’Udinese sono arrivati segnali confortanti). Dapprima una lesione alla coscia, poi un affaticamento, quindi la borsite. Un rallentamento dietro l’altro nelle settimane di lavoro che si è poi unito con la dispersione tattica della fase offensiva. Che, molto semplicemente, qualche mese fa aveva un senso e uno sviluppo, e adesso procede per strade dettate dall’istinto e non dal lavoro preparatorio.
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occasioni
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In questi casi spesso le parentesi nazionali aiutano. Servono a cambiare aria, a ritemprarsi. Ma è stato un vicolo cieco anche qui. Soprattutto l’ultima finestra in cui è stato un disastro in termini collettivi – ko pesanti, 5-2 col Belgio e 2-0 col Portogallo -, a pochi mesi dal Mondiale casalingo, e anche in termini personali: critiche aspre per le occasioni sciupate, ma soprattutto la triste conferma che il ct Pochettino gli ha ufficialmente tolto la fascia dal braccio. Peraltro senza nessuna certezza di riuscire a riprendersela in tempo per luglio. Una situazione delicata per un calciatore che è sempre stato l’icona della sua nazionale (senza considerare gli effetti collaterali economici in termini di sponsor e merchandising). Così come continua a essere delicata anche la questione contrattuale. Christian scadrà nel 2027 e non ci sono novità. Tutto fermo, ormai da tempo, in una fase dove evidentemente l’americano riflette. Sulla proposta del club, ma anche su un orizzonte che potrebbe non essere più quello di Milanello. Andrà comunque presa una decisione entro l’estate, in modo da non ritrovarsi a scadenza quando inizierà la prossima stagione. Infine, va inserito nel calderone anche il caos mediatico con la (ex) fidanzata Alex Melton, che l’ha tirato in ballo sui social con modalità che hanno riversato su Christian critiche assortite. Insomma, quando piove poi può anche grandinare. Ma prima o poi, smette per forza.
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