Dopo un mese di giri a vuoto la Nazionale torna al punto di partenza con Mancini più Ranieri ma l’ex tecnico del Napoli ne esce male
Ha tirato i dadi più volte, è andato incontro a imprevisti, è rimasto intrappolato in un labirinto e ha rischiato di pagar pegno ma alla fine Malagò è tornato al punto di partenza. Come in un perfetto gioco dell’oca il presidente della Federcalcio ha puntato tutto sulla sua prima scelta, quel Roberto Mancini suo primo amore. Un mese per giocare ai sogni con Guardiola e Ancelotti, il tira e molla su Pirlo accettato col magone prima della bufera mediatica che l’ha fatto fuori assieme alla coppia di Che Guevara Maldini-Leonardo e riecco Mancini ma il grande bocciato è Antonio Conte.
L’errore di Maldini
Una scelta logica per un’Italia che ha bisogno più di normalità che di rivoluzioni. Maldini aveva commesso l’errore di “personalizzare” troppo il suo ruolo, più che dt voleva fare l’imperatore, voleva stupire con effetti speciali, voleva dimostrare di essere uno Special One quando invece la derelitta Nazionale aveva proprio bisogno di un Normal One come Ranieri. Un uomo con esperienza da vincente, con carisma, conoscitore di uomini e pallone, con la schiena altrettanto dritta ma meno superbo e meno faccio-tutto-io. Un premio meritatissimo per una figura che rischiava di chiudere male una carriera d’oro con l’infelice esperienza alla Roma.
Anche Mancini è una scelta opportuna. Conosce Coverciano, ha vinto con l’Italia l’unico trofeo degli ultimi 20 anni azzurri, ha coraggio nel lanciare i giovani, non è un’integralista ed ha un curriculum che a Pirlo – come allenatore – servirebbero tre vite per sfiorarlo appena. Chi s’indigna per la vicenda dell’Arabia cade dale nubi. Il suo rapporto con Gravina è stato il motivo dell’addio e di tradimenti clamorosi è piena la storia del calcio: ricordate Capello che dalla Roma va alla Juve, calpestando la Repubblica ed abbracciando la Monarchia?
La romanità dei circoli
Altre figure arriveranno, ha assicurato Malagò, e benvenuti (o bentornati) sarebbero Lele Oriali, prezioso team manager, e Gianfranco Zola, l’anti-Maldini per eccellenza con la sua umiltà unita a uno spessore internazionale di assoluto rilievo. L’esperienza in serie C gli ha allargato il bagaglio professionale sotto il profilo dirigenziale, non potrebbe che essere la dolce ciliegina sulla torta. Che ci sia tanta “romanità” in questa Italia è vero, che l’aria dei circoli della Capitale stia ossigenando anche il mondo azzurro anche ma da qualche parte bisognava ripartire. Anche Malagò può essere tacciato di “amichettismo”, è indubbio: ma scegliere amici bravi e preparati non è reato, provare a imporre scommesse rischiose in questo momento delicato del calcio italiano forse sì. Mettere la Nazionale al di sopra di tutto, del proprio ego e delle proprie ambizioni, era l’obiettivo. Presto per dire se sia stato raggiunto ma la sensazione è che almeno dopo tutto questo tempo perso si sia arrivati a una decisione condivisibile in tutto.
Il problema di Conte
Resta sullo sfondo un unico dubbio: perché Mancini sì e Conte no? Il convitato di pietra di tutta questa paradossale vicenda legata al nuovo ct azzurro è proprio don Antonio. “Se fossi presidente della Figc mi prenderei in considerazione” disse Conte quando era ancora tecnico del Napoli. Già, perché non è stato preso in considerazione? Non regge il discorso economico, è vero che Mancini si accontenta di meno della metà di quanto avrebbe chiesto Conte ma se i soldi c’erano per Guardiola, ci sarebbero stati anche per l’allenatore leccese. Tanto più che dietro c’era tutta la Lega di A pronta a contribuire pur di vederlo sulla panchina dell’Italia.
E’ che Conte fa un po’ paura. Sia perché si teme sempre che possa scappare da un momento all’altro, come fece alla Juve ma anche al Napoli, sia per il suo carattere inquieto e fumantino, sia per i suoi metodi. Conosce solo la parola lavoro don Antonio, che a volte crede di dover formare un esercito di marines più che una squadra di calcio. Chiedere informazioni ai giocatori del Napoli che non sapevano mai gli orari degli allenamenti del giorno successivo perché dovevano rimanere sempre sulla corda, concentrati e tesi. E che allenamenti, poi. Ovvio che da ct non avrebbe potuto usare gli stessi metodi ma sempre in nome di quella “normalità” che serve per superare i traumi Mancini lo ha battuto senza neanche bisogno del tie-break. Ora dimentichiamo questo mese di follie e pensiamo a lavorare, Mancini e Ranieri ci diranno alle 18 come intendono muoversi. L’orologio segna l’ora della rinascita. Si spera.

