Il ct ha fatto capire che, come già accaduto con Retegui, sarà attento a tutti gli stranieri con origini italiane: purchè non si imbrogli e si scelgano giocatori forti
L’ha detto verso la fine della sua prima conferenza da neo-ct bis della Nazionale, poche parole che non tutti hanno messo in evidenza ma che lasciano capire quale sarà tra gli altri il compito di Roberto Mancini. Parlando di Retegui, da lui scovato nel club argentino del Tigre e fatto poi naturalizzare italiano, il Mancio ha ammesso: “Oriundi? Se capitano delle opportunità perchè no, ormai è qualcosa che fanno tutte le nazionali”. Un passaggio che lascia intendere che in azzurro potremo vedere altri stranieri ma con doppio passaporto, come successo sin dagli anni 30 con risultati alterni.
La polemica Spagna-Francia
Già, Mancini ha ragione: nel nome del calcio multietnico oggi è cambiato tutto, e non senza veleni e polemiche come accaduto ai Mondiali. Si ricorderà la bufera innescata dall’ex premier spagnolo Mariano Rajoy che prima della semifinale con i galletti descrisse i Bleus come una squadra fortissima, aggiungendo però: “Detto questo, non hanno nessun giocatore francese tra le loro fila”.
Gli esempi in Inghilterra e Germania
Da sempre, dai tempi di Tigana e Tresor negli anni 70, ma oggi ancor di più, praticamente la metà dei giocatori della Francia ha radici africane: Mbappé, Kanté, Pogba, Varane, Umtiti, Dembélé, Mendy, Coman. Ma se prima era una novità oggi la cosa vale per tantissime nazionali. A parte Capo Verde che è fatta solo da giocatori olandesi, si pensi all’Inghilterra dove nessuno mette in discussione calciatori come Bukayo Saka, Marcus Rashford, Jude Bellingham, figli di immigrati ma perfettamente integrati nel tessuto sportivo e sociale del Paese. In Germania, lo stesso discorso vale per Leroy Sané, Antonio Rüdiger, Serge Gnabry, Jamal Musiala, tutti cresciuti calcisticamente in Germania ma dalle radici etniche più svariate.
La questione però è duplice ed è di carattere etico e sportivo: forzare una naturalizzazione andando a scovare improbabili trisnonni italiani è sbagliato ed è un reato, rimanda alla memoria la triste vicenda dei passaporti falsi per aggirare il limite degli extracomunitari. La legge da seguire è il primo step anche se forse ne servirebbe anche un altro, ovvero testare la vera “italianità” dei giocatori che si vorrebbero tesserare come oriundi.
I precedenti oriundi
Poi c’è l’aspetto sportivo, va bene considerare italiani chi magari ha sposato una donna italiana da più di cinque anni ma è davvero un giocatore che può fare la differenza in azzurro? In passato (a prescindere da Retegui) ci sono stati esempi bifronti, senza tornare alla preistoria (da Mumo Orsi negli anni 30 fino ai vari Sivori, Altafini, Angelillo, Schiaffino e Sormani), c’è l’esempio lampante di Mauro German Camoranesi, argentino purosangue di Tandil che aveva un bisnonno originario di Potenza Picena (Macerata) e che probabilmente è stato aiutato anche dal cognome nell’essere accettato (ma ricordate le polemiche sull’inno che non cantava?). L’ala della Juve fu decisivo anche nel successo in Germania ai Mondiali del 2006. Anche i brasiliani Thiago Motta, Jorginho ed Emerson Palmieri, mai considerati dalla nazionale auriverde, hanno vestito a lungo la maglia azzurra. Italiani forse, bravi sicuramente.
Il problema arriva quando per la disperazione i vari ct hanno iniziato ad allargare il confine della logica e del buon senso: ricordate il laziale Ledesma? Cesare Prandelli in vista dell’amichevole contro la Romania lo chiamò in Nazionale, giocò il primo tempo, per poi uscire nell’intervallo senza più indossare l’azzurro. E Amauri? Divenne italiano dopo un lungo iter burocratico sfruttando la naturalizzazione della moglie, anche lei brasiliana ma con con avi italiani, nel 2010 sempre con Prandelli giocò un’amichevole (persa) con la Costa d’Avorio e poi non mise più piede in campo.
Ma c’è di peggio. Ricordate Joao Pedro, brasiliano di nascita, cittadino italiano dal 2017, grazie al matrimonio con la palermitana Alessandra? O anche Luiz Felipe? O Vazquez, trequartista argentino detto “El Mudo” che vestì per due volte la maglia della nazionale azzurra, grazie al passaporto ottenuto in virtù di avi italiani. Poi nient’altro. E Paletta? E Schelotto? Ecco, vada per gli oriundi ma Mancini non si faccia prendere la mano, di italiani bravi – anche giovani – ce ne sono. Non rubiamogli spazio per inserire chi italiano lo è poco e bravo ancor meno.

