la verità mai detta sul triennio del “maestro” senza vincere nulla

ALL calcio
12 Min Read

Se va via Conte De Laurentis pensa a un ritorno illustre per la panchina, dimenticato il “tradimento” con la Juventus la città è pronto a osannarlo

Prima era un sussurro, poi negli ultimi giorni è diventato grida: Sarri torna a Napoli. L’ultima idea di De Laurentiis, qualora non si trovasse un accordo con Conte, è quella di riportare in azzurro il “maestro” di Figline, reduce da un anno logorante alla Lazio e pronto ad accettare tutto (leggasi mercato al ribasso) pur di tornare a respirare l’aria del mare partenopeo cui deve tutta la sua leggenda di grande allenatore. Lasciando stare le statistiche che – a Napoli (Vinicio, Simoni e tanti altri), come a Milano (Sacchi, Capello) o Torino (Allegri) ricordano che i grandi ritorni raramente coincidono con grandi risultati, è opportuno fornire una visione alternativa dei fatti, al netto da ipnosi collettive e da derive populistiche pericolose.

Il ricordo di Sarri alla Juventus

Fino a un paio d’anni fa l’operazione-nostalgia sarebbe stata impossibile: la scelta di Sarri di andare alla Juve l’aveva fatto passare da eroe a traditore. Come, prima di lui, Ciro Ferrara, Gonzalo “Giudain” e tanti altri ma l’effetto core ngrato è svanito, mentre sono rimaste visioni virtuali, suggestioni fantasiose e identificazioni perniciose. Cosa ha davvero fatto Sarri a Napoli? Un calcio spettacolare, vero. Vincendo niente, neanche una coppa Italia (cosa riuscita perfino a Gattuso). Ma non è questa la sua colpa maggiore. Certo, nel suo primo anno aveva il Napoli più forte di sempre dal dopo-Maradona ad oggi, aveva Higuain capace di segnare 36 gol in A e una squadra che giocava a memoria, quello scudetto l’ha perso e l’ha perso lui ma Sarri va soprattutto bocciato per come e dove ha perso. In campo e fuori, davanti alle telecamere e dentro uno spogliatoio.

Come nasce un mito

Il personaggio lo conoscete: scaramanzia applicata financo alle magliette in allenamento o in partita che fa tanto Borgorosso Football club e che ci riporta al pallone anni 70 con i Rozzi che spargeva il sale sul campo ed Anconetani con i calzini rossi, quella sensazione di superiorità e distacco come se di fronte a sé avesse tutti i nemici del mondo, un turpiloquio imbarazzante usato come clava anche per costruirsi il personaggio tutto tuta-e-lavoro. E poil ‘elogio perenne del calcio che fu (partite tutte alle 14.30 la domenica, il televideo, le coppe tutte al mercoledì, squadre di 14 giocatori). E’ incredibile come si sia riusciti in quel triennio napoletano a confondere troppo spesso superbia con umiltà, paura di osare con coerenza, discutibile spessore umano con qualità. Farsi vedere in giro con il libro “Less than zero” (che teoricamente avrebbe dovuto leggere negli anni 80 e non in questo millennio) e alimentare la storiella sulla passione per Bukowski (salvo balbettare quando gli venne chiesto in merito ai libri del celebre scrittore) non può fare di un amante del campo e del lavoro (per carità, doti importanti), un tecnico rivoluzionario e intellettuale. Né si può parlare di marxismo e stalinismo, ovemai fossero un complimento e non lo sono, né si può mitizzare all’estremo gesti e parole spesso più autoreferenziali che altro.

Sarri più di una volta ha fatto drizzare i capelli per i suoi atteggiamenti, le sue parolacce, le sue lamentele, il suo provincialismo spacciato per valori eterni, le sue cadute di stile, le sue contraddizioni, giustamente elencate in un articolo di cui riporto alcuni passi. Il pallone invernale che “penalizza i nostri giocatori che sono più tecnici. Con questo pallone facciamo meno gol» (19 novembre 2015). LE VACANZE: «La pausa di Natale è eccessivamente lunga, 7 giorni di riposo sono troppi e i giocatori faticano a riprendere il giusto ritmo. Bisognerebbe fare come in Inghilterra» (20 dicembre 20215) ma anche: «Giocare durante il Natale è troppo penalizzante, a Napoli i festeggiamenti sono superiori a qualsiasi altra città italiana e questo comporta maggior distrazione nei nostri giocatori» (3 gennaio 2018). GLI ORARI: «Giocare alle 18 ci sfavorisce troppo: si parte con la luce naturale e si finisce con quella artificiale» (20 marzo 2016). «Abbiamo giocato alle 12,30: un orario difficile, va anche considerato questo aspetto. E’ un orario che mi fa schifo» (19 marzo 2017). “In Champions ci manca la tutela della Lega Calcio. Ogni volta giochiamo contro squadre che hanno un giorno di riposo più di noi» (1 novembre 2017).

Non abbiamo vinto perché: «C’è un errore mastodontico della Lega. In alcune occasioni si poteva mediare e creare situazioni simili: o giocare in contemporanea o far giocare qualche volta prima noi. Se giocano prima loro e vincono c’è più pressione» (22 gennaio 2018). GLI ALIBI: «Siamo solo quinti come fatturato in Italia e quindi il nostro obbligo è arrivare quinti» (2 maggio 2016). IL VITTIMISMO: «Sono stato espulso date che ero in tuta. In Italia è più facile cacciare un allenatore in tuta che uno con giacca e cravatta» (29 agosto 2016). LE NAZIONALI «La Coppa d’Africa a gennaio è devastante e noi perderemo Koulibaly e Ghoulam». «Non ho potuto allenare alcuni giocatori per la pausa delle nazionali. Non è giusto che i giocatori vadano via 10 giorni per giocare contro Gibilterra o Malta» (27 novembre 2017). Ma non è solo fuori dal campo che ha sbagliato.

Il 4-3-3 fu voluto dalla squadra

La favola della valorizzazione della squadra va sfatata. Lui questa rosa ricca l’ha anche inaridita, lasciandola con pochi, scoloriti, petali. Lo zoccolo duro da Reina a Mertens, da Ghoulam a Koulibaly, da Callejon e Albiol a Higuain (quando c’era) l’ha portato a Napoli qualcun altro. E tutti costoro assieme a Hamsik, Insigne e Maggio (che bastardata non concedergli il saluto d’addio), giocando insieme per 5 anni di fila inevitabilmente, fisiologicamente sono cresciuti. Succede anche ai ragazzini che giocano a calcetto per anni sempre con le stesse squadre, figuriamoci a campioni fatti o divenuti tali con gli anni. E’ l’altro aspetto che è raccapricciante. La svalutazione dei non titolari.

Presi e quasi mai visti: Maksimovic, Rog, Ounas, Diawara… Giaccherini era davvero un peso morto che non serviva? Strinic era più debole di Mario Rui? Pavoletti era inutile? Zielinski, poi, è veramente un mediano? O non piuttosto l’ integralismo tattico- che portò l’ex tecnico a non spostare di una virgola quel 4-3-3 che gli suggerì la squadra (Reina in testa) dopo che il tentativo di esportare il modello-Empoli (Insigne trequartista, Callejon seconda punta al punto da rimproverarlo in campo dicendogli: ‘che fai così largo a destra, lì non ci servi…’) stava fallendo miseramente – ha snaturato giocatori e ha condizionato le scelte al punto da aver paura di toccare anche un solo elemento temendo che si rompesse il giocattolo? Troppo lungo sarebbe il discorso sullo spartito a tema fisso che non prevede improvvisazioni di genio ma riflettiamo: se suoni sempre la stessa musica, basta un violino rotto per rovinare tutto. La favola del più bel gioco d’Europa (che paradossalmente diventa il più perdente anche in Europa…League) può tener buoni anime pie e tifosi fulminati da affascinazioni fatali ma è una coccarda relativa. Emozionava anche il Napoli sangue e furore di Mazzarri che nel recupero si scatenava sentendo immaginari squilli di tromba. Il bello è soggettivo.

Lo scudetto perso in albergo

Nei suoi tre anni napoletani Sarri ha lottato per lo scudetto solo il primo anno (quando era in testa ed andò a Torino con la Juve tremando e senza fare un tiro in porta, finendo per perdere e farsi scavalcare) e il terzo quando però crollò fisicamente a marzo per poi vivere di fiammate di nervi a ogni stop della Juve, che pure era a pezzi fisicamente. Quando i bianconeri vinsero 2-1 a Milano con l’Inter con rimonta finale (la partita del mancato rosso a Pjanic) quel Napoli crollò anche psicologicamente (il famoso scudetto perso in albergo prima del ko con la Fiorentina) e mollò tutto. Avrebbe avuto tutto per vincere anche due scudetti Sarri ma ha spremuto i suoi giocatori fino al limite, senza mai fare un turnover intelligente nonostante il doppio binario in Europa. Troppa la paura di non rivedere in campo quella magia che si era autogenerata. Ma resta una colpa grave. Ora è lecito chiedersi quale Sarri tornerebbe a Napoli e quale Napoli lo riceverebbe. Se Conte è stato accusato di aver utilizzato poco i vari Gilmour, Vergara (prima che gli infortuni lo rendessero indispensabile) che dire allora dei metodi del “maestro”? De Laurentiis ci pensi bene, il Sarri-bis potrebbe essere un errore ancor più grave di affidare a Garcia la squadra che aveva appena vinto lo scudetto con Spalletti.

Napoli, perchè il Sarri-bis è un rischio enorme: la verità mai detta sul triennio del "maestro" senza vincere nulla Ansa

Share This Article
Leave a Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *