Dai quattro minuti di genio di Maradona contro l’Inghilterra a Messico ’86 alla leggenda costruita da Messi: la semifinale di Atlanta è la chiusura di un cerchio
C’è un coro, quello intonato dai calciatori di Scaloni, che inquadra meglio di qualsiasi analisi cosa rappresenti per l’Argentina – e per gli argentini –la sfida contro l’Inghilterra. “Por Malvinas, por el Diego, por la última de Leo, Argentina quiero verte bicampeón”. Lo abbiamo imparato tutti: “Per le Malvinas, per Diego e per l’ultima di Messi, voglio vedere l’Argentina bicampione”. Maradona e Messi. Diego e Leo. C’è chi è convinto che la semifinale dei Mondiali possa sancire (o meno) il definitivo sorpasso della Pulce sul Pibe de Oro. Non è così. Non si tratta di un sorpasso. Semmai della chiusura di un cerchio.
Ci piace immaginare che da lassù Diego, l’uomo a cui sono bastati quattro minuti di genio e follia contro l’Inghilterra a Messico ’86 per entrare nell’eternità, possa tendere la sua “Mano de Dios” verso Messi e accompagnarlo alla penultima impresa della sua carriera. Perché la rivalità tra Maradona e Messi non esiste, non è mai esistita. O forse esiste soltanto fuori dall’Argentina. Siamo noi europei ad aver sentito il bisogno di scegliere il più grande, il numero uno tra i numeri 10. Gli argentini, invece, li hanno sempre amati entrambi. E quel coro lo dimostra meglio di qualsiasi dibattito. Per Diego. Per l’ultima di Messi. Non è un passaggio di consegne. Non è una sfida tra passato e presente. È Diego che continua a vivere nei piedi di Leo. Tuchel è avvisato: domani, mercoledì 15 luglio, la Selección scenderà in campo con due numeri 10. Uno in carne e ossa. L’altro nel cuore di un intero Paese rappresentato dal suo capitano.
Inghilterra-Argentina: i 4 minuti di Maradona
Inghilterra-Argentina non è mai stata solo calcio. Vi abbiamo raccontato qui perché questa sfida racchiude storia, politica e orgoglio nazionale. Ma il suo significato più profondo è custodito in quattro minuti, i quattro minuti di Maradona. I 240 secondi più iconici dei Mondiali. Della storia del calcio. È il 22 giugno 1986. Allo stadio Azteca di Città del Messico, davanti a oltre centomila spettatori, Argentina e Inghilterra si affrontano nei quarti di finale. Contro quella maglia bianca Maradona firma il capolavoro della sua vita con un uno-due rimasto scolpito nella memoria collettiva: prima la Mano de Dios, poi il Gol del Secolo. Minuto 51, minuto 55. Astuzia e poesia. Furbizia e genio. Le due facce della stessa leggenda. La leggenda del “barrilete cósmico”, brillante intuizione del telecronista Victor Hugo Morales, che si chiese: “De qué planeta viniste?” “Da quale pianeta sei arrivato?”. Semplicemente Maradona: l’uomo capace di piegare il destino e diventare immortale in appena quattro minuti.
“Il gol più bello? Il secondo all’Inghilterra. Il più importante? Sempre quello all’Inghilterra, ma il primo”, confessò poi El Diez. Perché quel pallone spinto in rete con la mano rappresentò la rivalsa di un popolo che, dopo la guerra delle Malvinas, aveva trovato nel suo 10 l’uomo capace di battere i giganti. Diego lo sapeva. E quel pugno al cielo, dopo il gol, fu il gesto di chi aveva appena beffato il nemico più grande. Maradona, del resto, ha sempre sfidato i poteri forti. Ne ha fatto una battaglia personale. Come quella contro i vertici della FIFA o di Napoli, dove diventò il simbolo del riscatto di un Sud che con lui conquistò due storici scudetti e riscrisse la geografia del calcio italiano.
Messi, un mito costruito nel tempo: la chiusura di un cerchio
A Diego sono bastati quattro minuti per regalarsi l’eternità e lanciare il guanto di sfida a Pelé, l’unica rivalità che abbia davvero sentito. Messi, invece, ha costruito la sua leggenda nel tempo. Successo dopo successo. Record dopo record. Oltre 900 gol in carriera, otto Palloni d’Oro, un’infinità di trofei suggellati dal trionfo in Qatar di quattro anni fa che ha spezzato la maledizione iridata. A 39 anni l’ex Barcellona sta vivendo una seconda giovinezza ai Mondiali nordamericani, smentendo chi sosteneva che il suo trasferimento negli Stati Uniti fosse un modo per godersi in anticipo una pensione dorata.
A guardare numeri e titoli, che – lo ricordiamo a chi non va oltre le statistiche – non dicono tutto, il confronto con Maradona sembrerebbe non esistere. Ma c’è un dettaglio che in molti, troppi, dimenticano: Leo non è mai entrato in competizione con Diego. Non lo ha mai visto come un rivale. Il pensiero non lo ha mai neppure sfiorato.
Messi è continuità di rendimento, e non solo. È la prosecuzione di una storia iniziata da Maradona. Due numeri 10 così diversi nel modo di essere, così lontani nel carattere, eppure così vicini. Nel talento e nel legame con il popolo argentino. È proprio quello che accadrà nella semifinale di Atlanta tra Inghilterra e Argentina: Maradona che rivive nei piedi di Messi. Messi che vuole vincere anche per Diego. E una squadra intera sospinta da un Paese intero, inseguendo quel coro diventato simbolo di un sogno: “Por el Diego, por la última de Leo.” E chissà che, ancora una volta, da lassù El Diez non decida di metterci la sua Mano de Dios per l’ultima beffa ai giganti inglesi.

