Il Milan degli Invincibili: Baresi, Capello e la difesa delle 58 partite senza sconfitte

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Il successore di Sacchi perfezionò l’opera di Arrigo: “Che unità: ognuno rendeva migliore l’altro”

Franchino era un Piscinin, ma era un Gigante. Era un Invincibile. Franchino era il capo-capitano di tutti e di tutto. Una volta gli hanno chiesto: Franco, quando hai cominciato a diventare Invincibile? E lui con il suo dolce filo di voce: “Non io, tutti. Io ero solo il libero. Tutti. Sacchi, Capello e la Squadra. Sì, scrivetela in maiuscolo: Squadra. Grande, meravigliosa, immensa. Noi eravamo il Milan”. Diceva sempre, anche quando perdeva: “Sì, ok, abbiamo perso. E allora? Succede, capita. Chi non perde? Ma noi siamo il Milan”. Poi dirà ancora e, lui che parlava cosi poco, lo racconterà in uno struggente libro che si intitola Libero di sognare. “Forse abbiamo cominciato a diventare Invincibili contro il Real Madrid nell’aprile del 1989, quando dipingemmo il nostro capolavoro. Dominammo sotto ogni punto di vista: tecnico, tattico, fisico e mentale. Alla fine vincemmo 5-0. Non smettemmo mai di attaccare. Arrigo disse: ragazzo, è la partita perfetta”.

Visioni rivoluzionarie

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E ricordava a memoria la formazione di “quella” notte. “Giovanni Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, poi Filippo Galli, Costacurta, io, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit, poi Virdis, Ancelotti”. Anche la panchina, Franco? “Certo: Pinato, Mussi, Viviani. Il nostro grandissimo Arrigo, Ramaccioni, il dottor Monti. In quella gara ero in totale controllo, una sensazione meravigliosa proprio perché figlia di sacrifici e visioni rivoluzionarie. Ero un libero liberato. Ogni respiro, ogni sguardo, ogni movimento era bellezza. Ma fummo anche feroci. Non concedemmo nulla. Non ricordo quante volte li mandammo in fuorigioco”. Sacchi diceva: ventisette. Poi aumentava, ventinove o forse trentadue. E Franco, era l’elastico, con quella imperiosa mano alzata. Alt, fermi. Racconterà Franchino. “Contro il Real non avvertivo nemmeno la stanchezza, sospinto dall’entusiasmo di San Siro. Erano in ottantamila o forse novanta. Sembrava respirassimo assieme, come fossimo un corpo unico”. Erano un corpo unico. Franco dirà: “Ci sentivamo invincibili”. Ecco, al di là della serie positiva e dei punteggi, il Milan Invincibile nasce lì, davanti al presidente dei blancos, Ramon Mendoza, che, dopo il 5-0 esclama: “Es una verguenza”.

il grande popolo rossonero

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 Poi arriva Barcellona. Finale della Coppa dei Campioni. Vent’anni dopo il Milan di Rocco e Rivera a Madrid contro l’Ajax. È la notte della marea rossonera, il popolo che corre in moto (qualcuno, per scommessa, anche in bici), con le auto e gli aerei e una nave tutta milanista. Ubriaca di felicità, ancora prima di giocare. Le strade, le vie, i giardini sono tutti rossoneri. Lo stadio tutto rossonero. Ricorderà El Piscinin: “Il 4-0 contro la Steaua Bucarest, che aveva vinto la Coppa dei Campioni nell’86, fu la naturale conseguenza di quella notte magica. Eravamo campioni d’Europa, dopo vent’anni. Da capitano fui il primo ad alzare la coppa. Molti ancora oggi mi chiedono cosa si prova. Per capirlo, banalmente andrebbe vissuto. E io stesso l’ho compreso col tempo. Solo quando mi sono allontanato dal campo, terminata la carriera, sono riuscito ad assaporare appieno quel momento. Forse perché le cose grandi si vedono meglio a distanza”.

Gli Immortali

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Adriano Galliani, icona rossonera, che con Milan ha vinto scudetti, Coppe Campioni, Coppe Intercontinentali, amava (e ama) distinguere il Milan in due epopee. Quello degli Immortali e quello dei Invincibili. Il Milan di Sacchi, hombre de la revolucion (titolo di un giornale spagnolo) passa alla storia come Immortale. Franco Baresi è il capitano. Il Milan di Fabio Capello diventa Invincibile. Franco Baresi è il capitano. Franchino ricorderà così il passaggio: “Capello, partendo dalla base lasciata da Sacchi, trovò il modo di darci ancora più solidità difensiva. Da una parte ci lasciava più liberi di esprimerci in campo, dall’altra ci diede maggiore responsabilità. Ci trasmise grande concretezza in ogni situazione di gioco: eravamo estremamente efficaci sia in fase offensiva sia in quella difensiva. Di quest’ultima, in particolare, apprendemmo un aspetto fondamentale in situazioni pericolose, come nei cross in area di rigore: l’importanza di non perdere mai di vista l’avversario in marcatura, evitando quindi di farsi distrarre dalla palla. La palla da sola non entra in porta, e giocando a zona ce ne si dimentica. Il risultato fu magnifico. Trovammo un’incredibile continuità di risultati, riuscendo a rimanere imbattuti in campionato per 58 partite consecutive, dall’ultima di Sacchi nel maggio del ‘91 fino al marzo del ‘93. Inoltre, fra il dicembre ‘93 e la fine del febbraio ‘94, stabilimmo anche il nuovo record di imbattibilità, non subendo gol per 929 minuti in campionato, con in porta Sebastiano Rossi, un autentico fenomeno”.

Gli Invincibili

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Sempre nel suo libro, ricco e prezioso, Baresi spiegherà: “Per questo motivo, e per la lunga serie di successi, il Milan di Capello sarebbe passato alla storia come quello degli Invincibili”. Nelle cinque stagioni sotto la guida di “Fabiuccio” vince 4 scudetti, 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea e 3 Supercoppe Italiane. Ancora Il Piscinin: “In quel periodo straordinario la squadra venne migliorata in quantità e qualità, con l’inserimento di giocatori come Eranio, Albertini, Lentini, Boban, Savicevic, Papin, Panucci, Roberto Baggio, De Napoli, Di Canio, Nava, Serena, Brian Laudrup, Desailly, Weah. Compagni che ricordo con grande affetto e che mi hanno affiancato per lungo tempo. Ma mi sento legato in modo indelebile soprattutto alla linea difensiva che componevo con Tassotti, Maldini, Filippo Galli e Costacurta, perché giocammo assieme per circa un decennio, durante il quale trovammo un’unità di intenti che resta la massima espressione dell’essere una squadra: ognuno rendeva migliore l’altro”.

Monumentale 

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Arrigo Sacchi nei primi tempi diceva a Baresi: “Franco gioca la palla. Franco, ogni volta che fai un lancio lungo mi dai un dispiacere”. E Franco dirà: “Ha ragione Ancelotti, Sacchi è avanti nei tempi e ci ha convinto tutti”. E Sacchi, che adesso piange, diceva: “Franco è il coraggio, il nostro capo-capitano, la maglia del Milan gli è entrata sotto la pelle. Franco è monumentale. Trasmette calma e forza a tutti, in tutte le partite, in tutte le bolgie. Ogni volta che sale con palla al piede, le fiamme dell’inferno si spostano”.



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