i segreti del maestro di Scaloni che ha trasformato la gavetta in una finale mondiale

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Dalle nazionali giovanili alla finale del Mondiale contro l’Argentina: il percorso del ct della Roja, il rapporto con i suoi campioni e il curioso legame con Scaloni

Quando Luis de la Fuente fu promosso alla guida della nazionale maggiore spagnola dopo il flop della Roja di Luis Enrique ai Mondiali 2022 in Qatar, in molti storsero il naso. Una parte dell’opinione pubblica avrebbe preferito un altro allenatore di caratura internazionale, un nome da copertina alla Pep Guardiola, capace di aprire un nuovo ciclo.

La Federazione, invece, scelse una strada diversa: affidarsi a un uomo cresciuto in casa, formato attraverso anni di gavetta e profonda conoscenza del sistema spagnolo. Una decisione che, con il passare del tempo, si è rivelata vincente. Perché De la Fuente era l’uomo che conosceva già molti dei giocatori chiamati a riportare la Roja ai vertici. Da qui nasce il soprannome di “papà della Spagna”: un allenatore che ha accompagnato la crescita di una generazione intera e che domenica si giocherà la finale dei Mondiali contro l’Argentina del suo “allievo” Lionel Scaloni. Con il 65enne in panchina, la Spagna ha aperto un nuovo capitolo della propria storia: prima il trionfo in Nations League, poi il successo all’Europeo del 2024 e ora la possibilità di conquistare per la seconda volta il titolo mondiale, dopo quello vinto nel 2010 sotto la guida di Vicente del Bosque, di cui è considerato l’erede naturale.

De la Fuente, perché lo chiamano il papà della Spagna

Luis de la Fuente ha compiuto 65 anni durante il Mondiale, ma il suo lavoro con la Spagna è iniziato molto prima. Nel 2013 è entrato nel sistema delle nazionali giovanili della Federcalcio spagnola, dove ha accompagnato un’intera generazione nel percorso di crescita. È lì che nasce il soprannome di “papà della Spagna”. Capitan Rodri, Unai Simon, Merino, Oyarzabal, Dani Olmo, Fabian Ruiz, Cucurella, Porro sono passati dalle sue mani prima di diventare campioni affermati. Oggi, insieme, inseguono il titolo mondiale nella finale contro l’Argentina di Messi.

De la Fuente non è mai stato un personaggio, ma un costruttore. Lontano dai riflettori ha conquistato due Europei con l’Under 19 e l’Under 21, oltre alla medaglia d’argento alle Olimpiadi di Tokyo. Il salto alla nazionale maggiore non è assolutamente stato frutto del caso: la RFEF ha premiato il lavoro, la competenza e la continuità, ha scelto l’uomo prima ancora del nome.

Una scelta in controtendenza: l’anti-Luis Enrique

Luis Enrique ha rappresentato una Spagna più moderna, comunicativa, protagonista anche fuori dal campo. Con De la Fuente, invece, la Federazione ha deciso di imboccare una strada diversa: più silenziosa, meno esposta. Il suo calcio parte dal gruppo e dalla forza dello spogliatoio. Il rapporto con i giocatori si costruisce attraverso fiducia, dialogo e responsabilizzazione, principi che chi lavora per anni con i giovani conosce bene. E torna così il concetto di “papà della Spagna”: per molti calciatori, soprattutto quelli cresciuti con lui nelle nazionali giovanili, De la Fuente è molto più di un ct. È un punto di riferimento, una persona di famiglia.

Il maestro contro l’allievo: il curioso incrocio con Scaloni

La finale del MetLife Stadium propone anche una sfida nella sfida. Da una parte De la Fuente, dall’altra Scaloni. I due condividono un percorso simile, ma esiste anche un curioso retroscena: durante il proprio percorso di formazione da allenatore, il ct dell’Argentina ha frequentato i corsi della scuola tecnica della Federcalcio spagnola, entrando in contatto con il metodo della RFEF e con tecnici come lo stesso De la Fuente. Un aneddoto che rende ancora più affascinante la finale: il maestro e l’allievo si ritrovano oggi uno di fronte all’altro per il trofeo più importante del calcio mondiale.

Dalla gavetta alla finale del Mondiale: il retroscena sul Milan

La strada di De la Fuente verso la partita della vita è stata lunga. Ex difensore dell’Athletic Bilbao, dopo il ritiro ha iniziato ad allenare lontano dai grandi palcoscenici. Ha lavorato nei vivai di Siviglia e Athletic, guidando anche la squadra riserve del club basco, prima della breve parentesi all’Alaves, conclusa con un esonero nel 2011. Due anni dopo arriva la chiamata della Federcalcio spagnola, quella che gli cambia la carriera, la vita. Da quel momento inizia una crescita costante: successi con le selezioni giovanili, la promozione alla nazionale maggiore e una serie di risultati che porta la Spagna a eguagliare il record di 37 gare utili consecutive stabilito dall’Italia di Mancini.

Ha saputo aspettare il suo momento, De La Fuente, che nel 2024 era stato sondato anche dal Milan per il dopo Pioli. Calma e sangue freddo, qualità rare. Il “papà della Spagna” è arrivato dove pochi immaginavano: a giocarsi il Mondiale. E lo ha fatto con l’arma che lo ha accompagnato per tutta la vita: la capacità di crescere gli altri.

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