Gian Marco Ferrari, ex capitano del Sassuolo, ha giocato allo United Fc con il “Maestro” in panchina: “All’inizio volevano tutti la palla per dribblare. De Zerbi il migliore: anche se mi insultava un giorno sì e l’altro pure”
Una scommessa a Dubai, dopo una lunga carriera in Italia – dall’Eccellenza all’esordio con gol in Nazionale – e una cocente delusione con la Salernitana. Gian Marco Ferrari, ex capitano del Sassuolo, ha appena concluso la sua prima stagione all’estero allo United Fc in un cocktail di sapori esotici e di casa: il caldo feroce, Andrea Pirlo in panchina, gli stadi semi-vuoti, l’alta qualità della vita, le preghiere dei compagni musulmani appena prima del fischio d’inizio. Con quella strana contraddizione di una realtà in cui la sicurezza percepita ti permette di uscire di casa senza chiudere la porta a chiave, ma allo stesso tempo “se senti un colpo, non sai se è la porta del vicino che sbatte o l9esplosione di un missile intercettato”. Ferrari ha centrato la promozione nella massima serie e sfiorato una clamorosa finale di Coppa del Presidente, ma la saudade colpisce anche chi lascia la Serie A: “Sono stato accolto benissimo, ora però mi piacerebbe tornare in Italia”.
Com’è stato quest’anno a Dubai?
“È andato bene, anche se si respira il calcio in maniera totalmente diversa: tranquilla e con pochi tifosi. Non è il massimo, anche se quando perdi una partita puoi uscire a berti il caffè tranquillamente. A differenza dell’Italia calcisticamente il livello è inferiore e ci sono meno tatticismi. In più, per regolamento devono giocare al massimo quattro stranieri – noi eravamo in cinque – e non mi è piaciuto: il mister ha capito che per vincere era meglio sfruttare gli stranieri offensivi e io ho giocato meno di quanto mi aspettavo: pur capendo il mister, gliel’ho sempre rinfacciato, ma bonariamente. A parte una volta…”.
Com’è nata questa possibilità?
“Pirlo mi aveva cercato per andare alla Sampdoria quando ero all’ultimo anno al Sassuolo, poi era saltato il trasferimento. In estate avevo qualche proposta in Serie B, però mi facevano sentire vecchio e io non mi ci sentivo, perché non avevo saltato neanche un minuto. Ero curioso di Dubai, anche per la mia famiglia. Ci siamo detti: ‘Proviamo’”.
È l’unico italiano della rosa.
“Quando sono arrivato, i compagni mi trattavano come fossi un super campione e questo fa piacere, ma in generale è tutto diverso dall’Italia. A Dubai, oltre alle differenze di lingue, c’è anche un discorso di religione con esigenze, bisogni e hobby diversi. Essendo in un paese musulmano, molti pregano per cinque minuti proprio prima di entrare in campo per la partita: silenzio totale, giustamente. Per me, Pirlo e lo staff è stato un po’ strano: nessuna parola quando di solito ci si carica”.
Com’è stato l’anno di Pirlo?
“Sicuramente in Italia aveva più pressioni perché tutti si aspettavano che facesse da allenatore ciò che ha fatto da calciatore, ma ovviamente sono ruoli diversi. Lui era un fenomeno, il miglior centrocampista al mondo, e quindi attirava grosse aspettative: tra l’altro alla Juve non ha fatto male rispetto a chi c’è stato dopo, quindi le critiche erano anche eccessive….. A Dubai invece c’è meno pressione, gli si può aprire un mercato importante: quest’’anno ha dimostrato il suo valore: rispetto agli altri eravamo più organizzati”.
Ha avuto paura per il conflitto in Iran?
“In Italia si è drammatizzato più del dovuto, ma da italiano è normale avere un po’ di paura: non capita tutti i giorni di sentire dei boati e sapere che è un missile intercettato. Allo stesso tempo le difese di Dubai sono state impeccabili: ne sono arrivati veramente tanti e solo una minima percentuale ha colpito il territorio. Forse a Dubai facevano passare tutto come normale, però per me la normalità è un’altra: quando senti un colpo e non sai se è la porta del vicino o un’esplosione… Per questo ho preferito riportare a casa moglie e bambini”.
E poi?
“Durante la tregua non è successo più niente, mentre nell’ultimo periodo si sente un drone ogni tre giorni circa: ancora non è finita e questo ‘spaventa’ un po’ perché non sai mai cosa può succedere”.
Come si sta a Dubai?
“Alta qualità di vita, per le famiglie soprattutto. Non ho mai chiuso la porta di casa, se vado in un bar lasciando sul tavolo telefono e portafoglio per andare in bagno, rimangono lì. I bambini possono andare a giocare lontani e posso non guardarli: questa sicurezza dà tanta serenità. L’unica pecca è che adesso c’è veramente caldo fuori e veramente freddo dentro, perché l’aria condizionata è a 15 gradi. Prima del conflitto avrei pensato di starci di più, adesso vediamo: mi mancano tanto le piazze, la tensione e l’adrenalina del calcio italiano”.
Pirlo ha avuto difficoltà?
“No, a parte all’inizio per trasmettere lo stile di gioco a chi voleva solo la palla per dribblare tutti: per il resto l’ho visto molto a suo agio. E lui trasmette sempre calma piatta, non si intuisce nulla…”.
La retrocessione a Salerno è stato il momento più difficile della carriera?
“Sì, perché non l’ho accettata, mi sembrava tutto un po’ manipolato, senza nulla togliere alla Sampdoria e ai suoi tifosi: ho giocato lì e sono una piazza incredibile. Non mi è piaciuto come sono state gestite le cose, perché giocare un playoff dopo un mese è un altro sport. A Salerno non pensavo di trovarmi così bene, nonostante le difficoltà. Ci sono rimasto legato, perché abbiamo dato tutto. Ero capitano, la tifoseria e la società mi volevano bene: ho sofferto per ciò che è successo e mi sono dovuto reinventare. Se ci fossimo salvati probabilmente sarei rimasto e penso sia stato uno degli anni più belli, emotivamente”.
Ha qualche rimpianto?
“Se quando ero in Eccellenza mi avessero anticipato questa carriera, non ci avrei creduto. Gli anni al Sassuolo con De Zerbi sono stati i miei migliori: ci sono state un paio di occasioni per andar via, ma lui mi ha trattenuto. Un’unica pecca: nel 2021 abbiamo perso la Conference League per due gol di differenza reti rispetto alla Roma. Se ci fossimo qualificati, magari De Zerbi sarebbe rimasto”.
Si percepisce parecchia stima.
“Mi ha fatto migliorare più di tutti tatticamente e mentalmente. I primi mesi mi insultava un giorno sì e l’altro pure: non lo faceva con cattiveria, ma ne trovava sempre una e io non riuscivo mai a capire il perché”.
Non è un segreto che sia fumantino…
“Ho visto delle scene che purtroppo per voi non posso raccontare, ma rimarranno impresse nella mia mente per sempre”.
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