Il secondo ciclo del ct di Jesi è già iniziato: dai talenti in rampa di lancio a coloro che stanno crescendo all’estero: il caso Inacio insegna, ecco quale può essere la strada
Gli europei di atletica e di nuoto ci hanno ricordato una cosa: i talenti in Italia ci sono. Ora tocca riscoprirli anche nel mondo del calcio, dove la Nazionale si prepara ad aprire un nuovo ciclo. A Roberto Mancini, tornato a vestire i panni di commissario tecnico dell’Italia, il compito di restituire certezze al movimento, scoprendo e valorizzando nuove importanti risorse. I giovani non siano più un semplice spot elettorale, ma la chiave per tornare ad essere competitivi e credibili nel panorama mondiale.
Il modello Sara Curtis: talento, coraggio e fiducia
La domanda, più che sul presente, è sul futuro: dove sono i nuovi talenti capaci di riportare l’Italia ai vertici del calcio internazionale? La risposta potrebbe essere già nei vivai, nelle nazionali giovanili e, soprattutto, nelle scelte di un commissario tecnico chiamato a guardare oltre l’emergenza tecnica affrontata negli ultimi anni, caratterizzati da tre mancate qualificazioni al Mondiale (consecutive).
L’esempio di Sara Curtis, agli ultimi Campionati Europei di nuoto, è particolarmente significativo. A 19 anni, la nuotatrice italiana ha appena riscritto due volte il record mondiale dei 50 dorso, prima in semifinale e poi in finale, conquistando una prestigiosa medaglia d’oro. Un percorso costruito attraverso talento, lavoro, esperienza internazionale e fiducia. E anche, mentalità.
Il calcio italiano, di fatto, ha bisogno di trovare il proprio equivalente: non necessariamente un fenomeno già pronto a trascinare la Nazionale, ma uno o più giovani ai quali venga concessa la possibilità di crescere senza essere schiacciati dal peso delle aspettative e delle pressioni che un mondo del genere fornisce ogni giorno.
Mancini-bis, un laboratorio da riaprire
Ed è proprio qui che torna in gioco Roberto Mancini. Il ritorno del manager di Jesi sulla panchina azzurra, ufficializzato dalla FIGC lo scorso 28 luglio, arriva dopo una fase delicatissima per il calcio italiano. Il tecnico marchigiano conosce già il peso della maglia azzurra: nella sua prima esperienza, dal 2018 al 2023, ha conquistato l’Europeo del 2021, ma ha anche vissuto la dolorosa mancata qualificazione al Mondiale 2022. Ora torna con l’obiettivo di riportare l’Italia tra le grandi del calcio mondiale e di ricostruire un rapporto di fiducia con i tifosi (a dir poco sfiduciati dopo l’ultima trasferta in Bosnia).
La sua prima gestione offre però un precedente importante. Mancini non ha mai avuto paura di anticipare i tempi: sono stati 57 i giocatori fatti esordire in Nazionale durante il suo primo ciclo. Tra questi Nicolò Zaniolo, convocato prima ancora dell’esordio in Serie A, Simone Pafundi a soli 16 anni e Mateo Retegui, oriundo individuato quando giocava ancora al Tigre. Il punto, quindi, non è soltanto scegliere i giovani. È capire quali meritano davvero di essere accompagnati verso il gradino più alto.
Da Inacio e Liberali, ma non solo: quanti talenti italiani in giro per il mondo
Tra i nomi più interessanti da seguire c’è senza dubbio Samuele Inacio, attaccante classe 2008 che sta costruendo il proprio percorso lontano dall’Italia. Il giovane azzurro milita attualmente tra le fila del Borussia Dortmund e ha già fatto parte dell’Italia Under 19, con la quale nel 2026 ha collezionato una presenza e un gol nell’Europeo di categoria. Inacio rappresenta un prototipo di talento da cui Mancini potrebbe ripartire, ma sempre con la giusta cautela.
Ci sono tempistiche necessarie per la crescita di ragazzi così giovani e solo alle porte del calcio dei grandi. Quel che è certo è che Inacio è già abituato ad un contesto internazionale, complice il metodo Borussia. Ritagliarsi la possibilità di entrare progressivamente nel radar della selezione maggiore può diventare uno stimolo importantissimo per un talento del genere.
Se c’è però un nome che più di altri incarna l’idea del nuovo ciclo, è quello di Mattia Liberali. Classe 2007, mancino, trequartista o esterno offensivo, ha attirato su di sé l’attenzione di mezza Europa durante il percorso nelle nazionali giovanili e, soprattutto, dopo una stagione importante con il Catanzaro, fermato solo dal Monza in finale playoff in Serie B. In estate ha scelto il Como, che ha pagato la clausola da 6 milioni di euro, battendo anche la concorrenza del Milan, club nel quale era cresciuto e con cui aveva già esordito in Serie A.
Il suo profilo è quello che spesso manca al calcio italiano: qualità tecnica tra le linee, capacità nell’ultimo passaggio, fantasia e una naturale propensione a cercare la giocata. E lo ha dimostrato subito anche con i lariani in amichevole. All’Europeo Under 19 ha inoltre confermato il proprio peso all’interno del gruppo azzurro. Il passaggio al Como può diventare una tappa fondamentale. Non perché giocare in Serie A garantisca automaticamente un posto in Nazionale, ma perché trovare continuità ad alto livello sarà il vero banco di prova per Liberali. Mancini lo osserverà da vicino.
Attorno a questi due nomi, poi, ruota una generazione molto più ampia. Pio Esposito e Marco Palestra sono già due pilastri per il presente e il futuro della Nazionale, mentre uno come Cher Ndour ha già assaggiato il calcio dei grandi e nel 2026 è approdato alla Fiorentina, dopo esperienze significative tra Atalanta, Benfica e Paris Saint-Germain. E un gioiello da “limare” come Christian Comotto, “figlio d’arte” cresciuto nel Milan e tra i pochi a salvarsi in B l’anno scorso con lo Spezia.
Contestualmente, ci sono i giovani che hanno scelto di crescere all’estero, come Luca Reggiani, Francesco Chiarodia e altri ragazzi convocati nelle selezioni minori a Coverciano. Poi ci sono le suggestioni, come quella di Mohamed Alì Zoma del Norimberga e dell’oriundo Giuliano Galoppo, nato a Buenos Aires ma con la possibilità di fare il medesimo percorso di Retegui.
Il caso Inacio, del resto, dimostra che il talento italiano non deve necessariamente svilupparsi in Serie A per essere seguito dalla Federazione. Questo può diventare uno dei cambiamenti culturali più importanti del nuovo ciclo: considerare italiano il talento, non soltanto il luogo nel quale gioca. Il problema non è trovare talenti, ma farli giocare. È probabilmente questa la vera sfida per Mancini. I giovani italiani esistono. Il problema è creare le condizioni perché possano trasformarsi in calciatori “da Nazionale”.
La sfida di Mancini, allora, non è semplicemente tornare a vincere. È costruire una Nazionale che abbia un’identità e un futuro. Il ritorno del tecnico coincide con una fase nella quale il calcio italiano deve interrogarsi sui propri vivai, sul minutaggio dei giovani e sulla capacità dei club di trasformare il talento in valore. La nomina di Claudio Ranieri come direttore tecnico della FIGC aggiunge inoltre una figura di esperienza al progetto federale e può contribuire a connettere maggiormente il lavoro della Nazionale con quello del movimento.
L’obiettivo finale? Trovare l’equilibrio tra le certezze del presente e le scommesse sul futuro. Mancini conosce bene questo processo: nella sua prima esperienza alternò giocatori affermati e giovani emergenti, costruendo progressivamente una squadra capace di vincere l’Europeo. Oggi dovrà ripetere quel lavoro in condizioni ancora più complesse, dopo tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali.

