Il cantautore racconta la passione per il Bologna: “Orsolini sul palco con me. La prima partita vista dal terrazzo di mio zio. Mihajlovic ha creato il dna della squadra, ora ho un rapporto speciale con Kimi Antonelli. È un ragazzo destinato a fare grandi cose”
Lucio Dalla, Gianni Morandi, Luca Carboni, Andrea Mingardi. Se c’è una squadra di calcio che ha un’orchestra intera a farle da curva, quella è il Bologna. Un filo rossoblù che parte dalla musica d’autore e arriva dritto al cuore di Cesare Cremonini, che quel tifo per la sua città lo ha trasformato in canzoni, vita e ricordi indelebili. Dai tetti vicino al Dall’Ara ai pranzi con Roby Baggio, Cesare ci racconta il suo Bologna tra mito, passione e spogliatoio.
Cesare, qual è il suo primo ricordo del Bologna?
“Il terrazzo di mio zio: aveva un appartamento nei palazzi vicini al Dall’Ara, lo stadio non era ancora così alto quindi riuscivamo a vedere la partita e goderci il boato del pubblico ad ogni goal. La prima volta allo stadio invece fu nell’88, avevo 8 anni e finì 3-0 per noi, con doppietta di Marronaro che quella stagione vinse anche il titolo di capocannoniere e portò, insieme a Maifredi, il Bologna in Serie A”.
Quanto è stato importante per lei il calcio nella sua vita artistica?
“Il calcio mi ha sempre trasmesso tanto. Io personalmente non l’ho mai visto semplicemente come uno sport, ma gli ho sempre attribuito una dimensione più epica e in grado di segnare le nostre vite. Infatti, a mio giudizio, il gol più bello della storia del calcio non è un capolavoro di tecnica, è la Mano de Dios di Maradona: qualcosa che trascende lo sport. Il calcio per me è riscatto e sopravvivenza. Ci ho pensato di recente, quando ho visto Messi richiamare l’arbitro in finale contro la Spagna per fare espellere Cucurella che si era messo la mano davanti alla bocca. Diego non lo avrebbe mai fatto”.
C’è un calciatore che l’ha segnata più degli altri?
“L’arrivo di Baggio a Bologna ha ispirato una delle mie canzoni più celebri, Marmellata #25: ‘Da quando Baggio non gioca più non è più domenica’. Un momento che ha segnato la mia vita. Per me l’adolescenza era quello: la curva del Bologna, le trasferte nei treni speciali dei tifosi, i cortei attraverso le città e le giocate del Divin Codino con la nostra maglia. Per questo quando se n’è andato, con la fine poi della presidenza Gazzoni, è andata via anche lei. Nella mia canzone la partenza di Baggio è l’addio all’adolescenza.”
Poi lei ha avuto modo di conoscerlo…
“E anche di cantare quella canzone davanti a lui nei concerti: momenti da brividi. Ho avuto il piacere di passare del tempo con Roberto e sua figlia Valentina diverse volte, due persone fantastiche, riconoscenti verso Bologna. Robi mi ha anche citato nella sua autobiografia, un onore incredibile”.
Ma qual è il segreto di Bologna? Perché tutti i giocatori sviluppano un rapporto così viscerale con la città?
“Il segreto di Bologna siamo noi, è Bologna stessa: una città che non è industriale o particolarmente facoltosa, ma che ha come mura culturali la sua gente. Persone accomunate dagli stessi valori come l’ospitalità, sempre più rara in Italia, il senso civico e la generosità. Chi arriva lo percepisce ed è più facile, in questo modo, stringerci intorno ai nostri colori”.
Ha qualche aneddoto con i calciatori del Bologna?
“Mi ricordo che una volta Di Vaio mi invitò a palleggiare con lui, poi la sfida si trasformò in una gara di punizioni. Marco è un vero amico e una persona speciale. Sua figlia è una bellissima ragazza, una brava cantante e artista. Sicuramente il ricordo più bello è stato il più recente con Riccardo Orsolini. Orso mi disse prima della finale di Coppa Italia che in caso di vittoria sarebbe venuto a cantare ‘Poetica’ con me in concerto, poi sappiamo tutti com’è andata a finire”.
Che ricordo ha di quella finale contro il Milan?
“Sicuramente l’invasione di campo finale. Irresistibile. Per me il Bologna è un luogo di sogni, chi non l’avrebbe fatto al mio posto. L’atmosfera di quel match fu incredibile: prima della partita cantammo ‘La sera dei miracoli’ del nostro maestro Lucio Dalla e alla fine la mia “Poetica”. Quella vittoria fu la conclusione perfetta di un percorso iniziato anni prima da Siniša Mihajlović, un’altra persona speciale a cui dobbiamo tanto”.
Che persona era Siniša?
“Simpaticissimo. Ho avuto modo di cenare con lui alcune volte e posso dire che, oltre ad avere un carisma pazzesco, era un uomo dotato di una grande umanità. Gli va dato il merito di aver creato il dna della squadra che oggi ammiriamo. Ha unito lo spogliatoio, ha formato giocatori che poi sono diventati i nostri veterani. Ha iniziato un percorso magico che poi è culminato con la notte che ricordavamo prima.”
Sinisa era un uomo simpaticissimo e con una grande umanità. Gli va dato il merito di aver unito lo spogliatoio, ha formato giocatori che poi sono diventati i nostri veterani”
Quella Coppa Italia è stata la sua gioia più grande da tifoso?
“Come dicevo prima, per me il calcio è uno sport talmente ricco che va oltre il concetto di vittoria o sconfitta. Il momento emozionante per me è stata la promozione in Serie A dopo una serie di presidenze terribili che non volevano il bene del Bologna. Poi un altro ricordo incredibile fu sempre in Coppa Italia, quando eliminammo il Milan in un San Siro innevato nel ’95. Si giocò in condizioni estreme: di quella partita mi ricordo il ritorno in pullman con i tifosi e noi bloccati sotto la neve sull’A1. Immagini e ricordi che vanno appunto oltre il concetto di vittoria o sconfitta”.
Ora Bologna vola anche in Formula 1 con Kimi Antonelli…
“Ci siamo sentiti grazie ad un amico comune, Stefano Domenicali, prima dei miei due concerti a Roma al Circo Massimo: lui stava per vincere il Gran Premio di Monaco. Non ho mai visto uno sportivo di quest’età con un’umiltà del genere, ci regalerà grandi soddisfazioni. Sono davvero orgoglioso e colpito dal fatto che un bolognese sia al vertice della Formula 1. Quest’anno non tifo solo per la Ferrari ma anche per lui. Spero di vederlo a uno dei miei concerti prima o poi, vorrei cantare per lui”.
Cosa ne pensa di quello che è successo in questi giorni sulla panchina della Nazionale?
“Spero che Mancini possa fare bene per il calcio italiano. Credo che a questo punto però non serva più nemmeno l’idea di un vincente, ma la visione di chi potrebbe rivoluzionare un sistema ormai decaduto, qualcuno che capisca come funziona il mondo e in che direzione sta andando. Un giorno mi piacerebbe vedere tecnico della nazione Julio Velasco.”
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