Italia, Leonardo genio o Narciso? La storia del brasiliano che litiga con tutti e se ne va prima che lo caccino

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L’ex fantasista brasiliano, che assieme al dt Maldini si è dimesso da Senior Advisor della Nazionale italiana, ha una carriera di alti e bassi tra litigi e ritorni

La sua ultima avventura è durata 16 giorni, come quella dell’amico Paolo Maldini che l’aveva convinto a seguirlo nella scommessa di cambiare e rivoluzionare il calcio in Italia, Leonardo Nascimento de Araújo non si smentisce mai. La sua storia e la sua carriera sono un continuo rincorrersi di liti e addi, di ritorni e di contrasti. Un genio come il Da Vinci con cui condivide il nome o un talento mancato da dirigente che lascia prevalare il suo lato egoico e superbo?

La frase celebre su Narciso

C’è una frase, che disse ai tempi del Milan, che lo rispecchia in pieno: “A Narciso tutto ciò che non è specchio non piace”. Leonardo si riferiva a Berlusconi ma probabilmente era lui a guardare in quello specchio. La sua storia dice che Leonardo “lascia quando intuisce di non essere più quello che tutti guardano quando nella stanza i presenti chiedono “chi è che comanda qui?”, torna quando pensa di poter dimostrare perché quella volta tutti avrebbero dovuto guardare lui. Si dimette lui prima che possano essere gli altri a mandarlo via” come scrisse anni fa “Rivista Undici”.

La carriera di Leonardo

Anche da giocatore era una testa calda. Specialmente in Nazionale. Il Mondiale 94, unico vissuto da vincitore, lo vedrà protagonista come terzino di fascia ma la coppa la deve solo ai compagni perchè agli ottavi contro gli Usa diede una gomitata a Tab Ramos e si beccò un rosso diretto con 4 giornate di squalifica. Deve la sua enciclopedica conoscenza delle lingue (ne parla 5 più un po’ di giapponese) ad una carriera da giramondo. Vince con il San Paolo di Telê Santana, sperimenta la Liga spagnola con il Valencia, a soli 24 anni diventa un pioniere in Giappone con i Kashima Antlers, poi il boom con Paris Saint-Germain e, nel 1997, il Milan. In rossonero vince lo scudetto del Centenario nel 1999, infine in Brasile con il San Paolo e il Flamengo prima del ritorno nel 2003 al Milan.

Allenatore e manager discusso

Quando lascia il calcio giocato nel 2003, il passaggio a un ruolo dirigenziale è una logica conseguenza della sua (apparente) abilità nelle pubbliche relazioni. La sua carriera da dirigente comincia proprio al Milan, inizialmente come consulente di mercato e della Fondazione Milan. E’ decisivo nel portare in rossonero Kakà, Pato e Thiago Silva. Poi si incapriccia di essere allenatore, lo fa al Milan sperimentando il celebre modulo 4-2 e fantasia, come brillantemente lo definì il suo mentore Galliani, e all’Inter dove Moratti lo chiama per rilanciare una squadra che però con lui in panchina alternerà momenti spettacolari a tonfi clamorosi.

Leonardo però è inquieto, in panchina si sente limitato ed esulta quando nel 2011 arriva la vera consacrazione da top-manager: il brasiliano sposa l’ambizioso progetto del Paris Saint-Germain targato QSI (Qatar Sports Investments). Da ds, con portafogli illlimitato, porta a Parigi – seducendoli con assegni a infiniti zeri – top come Zlatan Ibrahimović, Thiago Silva, Marco Verratti ed Edinson Cavani ma al di là di vincere la Ligue1 non va.

Nel 2018, proprio al fianco di Paolo Maldini, Leonardo torna al Milan nelle vesti di direttore generale dell’area tecnico-sportiva ma dura poco. Nel maggio del 2019, in disaccordo con i piani di Elliott per il futuro del club rossonero, rassegna le dimissioni dall’incarico e torna a Parigi per una seconda era manageriale, culminata con la storica finale di Champions League (persa) nel 2020 e l’ingaggio stellare di Lionel Messi nel 2021.Ancora liti e ancora addio. Fino alla chiamata di Maldini e all’ennesimo specchio in cui riflettersi.

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