Albertini allarga il fronte del no a Guardiola, per via del DNA italiano impossibile da cambiare. Dal nuovo ct alla crescita dei talenti: le dichiarazioni dell’ex calciatore
Demetrio Albertini non è convinto che Guardiola sia la scelta giusta per la panchina dell’Italia. La bravura e la personalità non si discute, ma è una questione di DNA: l’Italia non è come la Spagna, dice l’ex calciatore, tra le altre, del Barcellona. I suoi consigli alla FIGC in una lunga intervista concessa ad As.
Guardiola e il fronte del no
Pep Guardiola rimane l’oggetto dei desideri di Malagò, Maldini e Leonardo: un’ipotesi affascinante, quanto costosissima per una Nazionale in cerca di riscatto. Ma intorno al tecnico spagnolo, svincolato dopo la separazione dal Manchester City, si allarga il fronte del “no”, tra chi preferirebbe una soluzione più economica e chi vorrebbe evitare che un allenatore straniero si accomodasse sulla panchina azzurra.
C’è poi un altro stile di pensiero, legato al DNA italico, oggetto dell’intervista che Demetrio Albertini, ex centrocampista del Milan, dell’Atalanta, ma anche del Barcellona a fine carriera, nonché dell’Italia ai Mondiali americani e in quelli francesi, ha concesso al quotidiano spagnolo As.
Albertini, il DNA italiano e i paragoni con la Spagna
Confrontare e paragonare l’Italia alla Spagna è profondamente sbagliato secondo Albertini: “Siamo diversi nel modo di interpretare il calcio, non abbiamo una storia filosofica come la Spagna, però abbiamo vinto quattro Mondiali e due Europei”, ha spiegato. Dunque, secondo l’attuale presidente del settore tecnico della FIGC, dovesse essere Guardiola il nuovo commissario tecnico azzurro, dovrà lui adattarsi alla filosofia della Nazionale che allena. E non viceversa.
“Guardiola è uno dei più grandi, senza dubbio. Bisogna convincerlo a lavorare qui, ma bisogna capire se la sua filosofia si adatta al nostro DNA”, ha commentato Albertini. La valorizzazione dei talenti italiani è alla base della rinascita della Nazionale, un aspetto che in Spagna è radicato, mentre in Italia ancora no. “Non si può cambiare il DNA”, ammette l’ex calciatore.
L’indecisione dei vertici federali
Da Mancini a Conte, che sembra essere il giusto compromesso tra Pirlo e Guardiola, passando per l’ex Juventus e l’allenatore spagnolo, ma anche per Carlo Ancelotti, il cui nome è venuto fuori durante la presentazione di Paolo Maldini e Leonardo direttamente da Giovanni Malagò. Sembra ci sia confusione nella scelta del nuovo allenatore della Nazionale, soprattutto manca un accordo tra il presidente federale e il neo-direttore tecnico.
Albertini ricorda che, “quando ero dirigente della FIGC ho dovuto scontrarmi con il presidente sulla scelta del nostro commissario tecnico” e che “a volte ci sono diverse filosofie che poi si rivelano molto efficaci per la Nazionale”. Riguardo ai nomi, Albertini indica Pirlo come “l’unico vero contendente” alla panchina azzurra, per via di “un rapporto molto stretto con Maldini”. Conte, Mancini, Guardiola e Ancelotti, invece, “incarnano modelli di gestione diversi, tutti vincenti, enormi, quattro strade verso la vittoria”.
Albertini, inoltre, si è detto non d’accordo con l’idea di Leonardo di unificare tutto, dando maggiore importanza all’aspetto tecnico: “Lippi non era federale, come non lo era Mancini. Aragones neppure, mentre De la Fuente lo è stato. Ma in Italia siamo a criticare. Un tempo elogiavamo il settore giovanile del Barça, poi è arrivato il modello tedesco dei centri federali e dei francesi che emergono dalle scuole calcio. Ora siamo tornati al modello spagnolo“.
L’importanza delle squadre B
Ma c’è un modo di pensare al calcio e alla crescita dei talenti, arrivato direttamente dalla Spagna, che Albertini difende con forza, nonostante sia aspramente contestato, soprattutto dalle tifoserie: le squadre B. “Credo che 22 dei 26 campioni del Mondo spagnoli hanno giocato nelle squadre riserve. Nel 2010 erano più di 20. Il 90%. Rodri ha giocato più di 40 partite nel Villareal B, quasi due campionati. Parliamo del capitano della Spagna e di un Pallone d’Oro”.
In Italia, invece, “pochissimi calciatori arrivano in prima squadra pronti a competere in Serie A”, ammette Albertini. I club non hanno coraggio nello scommettere sui talenti locali e questi non avranno la possibilità di raggiungere livelli altri, “il loro potenziale viene soffocato, mentre in Spagna un talento di 17 anni ha l’opportunità di dimostrare chi è, come Lamine Yamal o Cubarsì”, conclude Albertini.

