gli inglesi consegnano a Jude quarant’anni di attesa

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Nel 1968 Paul McCartney scrisse Hey Jude per incoraggiare un bimbo: oggi Jude Bellingham entra nella canzone più famosa dei Beatles mentre l’Inghilterra affronta l’Argentina con il peso di quarant’anni di attesa

Hey Jude. Take a sad song and make it better. Prendi una canzone triste e rendila migliore di com’è. Jude, oggi, è Jude Bellingham, chi lo immerge nella canzone più iconica dei Beatles e di Paul McCartney è l’Inghilterra intera, quasi sessanta milioni di persone che nell’omonimia tra il calciatore più rappresentativo e il ragazzino della canzone – quel ragazzo esortato a reagire davanti al trauma della separazione dei genitori, e mica due a caso: erano John Lennon e Cynthia Powell – vedono un epilogo definitivo. Perché Argentina-Inghilterra del 1986, per gli inglesi, è ancora una canzone tremendamente triste.

Inghilterra-Argentina: un’attesa lunga 40 anni

L’Inghilterra dei pub e delle periferie, quella dei sobborghi e dei quartieri esclusivi, l’Inghilterra delle generazioni che nell’86 hanno pianto e quelle che, anni dopo, hanno raccolto lacrime altrui per farne memoria e riscatto.

È l’Inghilterra che oggi, parecchie ore prima del calcio d’inizio, si è data appuntamento nei pub intorno a Wembley, al The Faltering Fullback, al The Old Red Lion, al Boxpark Croydon. Immediatamente sold out i principali eventi di proiezione nelle centinaia di bar, cinema, locali della capitale a fronte di altrettanti spazi all’aperto accessibili senza prenotazione: Flat Iron Square, German Kraft Brewery, Queen of Hoxton. Persino le terrazze panoramiche della finanza londinese sono diventate arene di tifo.

Nelle città del nord – Manchester, Leeds, Liverpool, Newcastle – c’è allerta per la gestione dell’afflusso nei pub. Le principali catene di locali inglesi hanno imposto l’ingresso tramite prenotazione o biglietto per evitare il sovraffollamento. Le aziende dei trasporti locali hanno potenziato le corse della metropolitana e dei bus nelle fasi immediatamente precedenti e successive al fischio d’inizio e finale.

Giornali come il Daily Mirror ostentano ottimismo, ex giocatori come Joe Cole hanno evidenziato uno strapotere inglese al quale l’Argentina non può opporre resistenza. Alcuni, come The Independent, sono più analitici: l’intero piano difensivo inglese ruota attorno a Declan Rice, cui verrà affidato il compito di scudare Leo Messi. Altre analisi, come quelle del The Guardian, sono più prudenti perché non vedono l’Inghilterra dominante nel possesso palla.

Una nazione intera ha appeso bandiere alle finestre, colorato gli angoli delle città di bianco e di rosso, sfilato dall’armadio le maglie col 10 sulle spalle. Alcune hanno ancora il nome di Lineker. Molte altre quello di Jude Bellingham.

Hey Jude: la canzone di Paul McCartney. Dai Beatles a Bellingham

Ogni inglese conosce Hey Jude. Da quasi sessant’anni quella canzone accompagna matrimoni, finali di calcio, feste di paese e concerti. Nell’estate del 1968, Paul McCartney la scrisse per consolare un bimbo. Jude era Julian Lennon – figlio di John e Cynthia Powell – e aveva cinque anni. I Beatles stavano cambiando pelle, il matrimonio dei suoi genitori era finito e McCartney provò a dire a quello scricciolo di non lasciare che una storia triste diventi tutta la storia. Take a sad song and make it better. Prendi una canzone triste e rendila migliore di com’è.

Le chiavi di accesso a Inghilterra-Argentina sono nelle mani di uno dei migliori calciatori al mondo. Ma Jude Bellingham è stato un ragazzino mingherlino di Birmingham che si è strutturato negli anni. Classe 2003, 23 anni lo scorso 29 giugno, adesso è un fattore: ci sono infiniti modi per avvicinarsi a Inghilterra-Argentina perché la seconda semifinale del Mondiale 2026 è molto di più della partita che deciderà l’avversaria della Spagna nella finale del prossimo 19 luglio.

Argentina-Inghilterra 1986: la Mano de Dios e la ferita inglese

Le strade per tornare al 1986 e attualizzarlo sono parecchie. Perché di quella sfida – Argentina-Inghilterra del 22 giugno allo Stadio Azteca, davanti a circa 114.000 spettatori – si è scritto tutto. La Mano de Dios, il gol del secolo, lo strascico politico delle Falkland, il mito di Maradona e le lacrime di Lineker. Si giocò a 2.200 metri di altitudine in un pomeriggio di sole cocente. Molti di quei protagonisti hanno raccontato una partita sospesa, quasi irreale.

A distanza di quarant’anni, nemmeno la Fifa avrebbe potuto immaginare un incrocio più carico di significato. Per l’Argentina il 1986 è un ricordo scolpito nella leggenda di Maradona. Per l’Inghilterra, invece, è una storia mai archiviata.

Gli inglesi aspettano stasera da quattro decenni perché quella partita ha una duplice ferita. La prima è il danno: il gol segnato con la mano e convalidato. La seconda è più difficile da accettare, la beffa: pochi minuti dopo, Maradona segnò uno dei gol più belli della storia dei Mondiali.

Per chi scenderà in campo ad Atlanta il 1986 è poco più di un documentario. Per l’Inghilterra resta un credito da esigere. Quarant’anni fa il numero 10 era Gary Lineker, l’uomo che provò a riaprire la partita dell’Azteca. Oggi quella maglia appartiene a Jude Bellingham.

Bellingham calciatore, adesso, è tra i cinque al mondo destinato a incidere profondamente nella storia del calcio moderno. Un centrocampista di qualità e sostanza che abbina le fasi offensive e difensive come pochi altri.

Chi è Jude Bellingham: dal Birmingham al Real Madrid

Molti lo definiscono un predestinato. Chi lo ha visto crescere sostiene che fosse diverso dagli altri prima di diventare Bellingham. Mike Dodds, per esempio: uno degli allenatori delle giovanili. Al The Guardian ha tratteggiato un profilo distintivo. Bellingham arrivava agli allenamenti con una maglia diversa ogni volta: Barcellona, Brasile, Juventus con il nome di Zidane, Real Madrid. Scarpe Kipsta ai piedi e il celebre taglio di Ronaldo R9, nonostante fosse nato un anno dopo il Mondiale del 2002. Un ragazzino sfacciato ma senza ostentazione.

C’è un episodio evidenziato da Dodds per rimarcare una personalità unica. Dopo aver sbagliato un rigore nella semifinale di un torneo Under 15 nei Paesi Bassi, il 14enne Bellingham si presentò davanti ai compagni per chiedere scusa.

I grandi giocatori si assumono la responsabilità nei momenti decisivi e io non l’ho fatto: disse più o meno così.

Raccontano che alla Priory School di Edgbaston giocava durante la pausa pranzo contro ragazzi anche quattro anni più grandi: usavano i maglioni per fare i pali della porta.

Quando arrivò in prima squadra al Birmingham, la mattina andava a scuola e il pomeriggio ad allenarsi con i professionisti. Di lui, l’ex compagno David Stockdale ha detto: “Ci faceva a pezzi e poi tornava in classe: voleva vincere, voleva migliorare, ma senza perdere il sorriso”.

Un altro, Odin Bailey, ha raccontato che il nome di Jude circolava negli Under 14 dopo un allenamento in cui, a dieci anni, gli aveva fatto un tunnel: “Ogni giorno era il migliore in campo. Lo volevi nella tua squadra perché con lui vincevi”.

La Bellingham Chop, la giocata che oggi incanta il Bernabéu esisteva già nei campi del Birmingham: una finta, un cambio di direzione, il difensore lasciato sul posto. Gli allenatori l’avevano vista nascere anni prima. Il mondo l’ha scoperta dopo.

Ha giocato nell’Under 16 a 13 anni, nell’Under 18 a 14, nell’Under 23 a 15. Poi il Borussia Dortmund; dopo ancora, il Real Madrid.

Bellingham e l’Inghilterra: non avere paura

Ci sono svariati aneddoti sul Jude ragazzo diventati negli anni elementi di lettura. Quando alle scuole elementari si accorse di una compagna messa ai margini che aiutò nella fase di inserimento con i compagni; quando si fece di corsa tutto il campo per festeggiare il primo gol di un compagno di squadra; quando regalò una coperta a un raccattapalle infreddolito durante Arandina-Real Madrid.

Da capitano delle giovanili dell’Inghilterra era il primo ad arrivare e l’ultimo a tirarsi indietro: raccoglieva i rifiuti, sparecchiava dopo cena, aiutava il magazziniere. Piccoli gesti che raccontavano il tipo di leader che sarebbe diventato.

Oggi Jude Bellingham è il numero 10 dell’Inghilterra. Quello a cui un Paese intero affida l’attesa accumulata in quarant’anni.

Quando Paul McCartney scrisse Hey Jude, nel 1968, voleva dire a un bambino una cosa semplice: don’t be afraid. You were made to go out and get her. Hey Jude, non avere paura. Sei nato per andare a prenderla.

Quasi sessant’anni dopo, quella canzone accompagna ancora matrimoni, concerti e finali di calcio. E sono le parole con cui sessanta milioni di inglesi stanno parlando al loro numero 10.

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