Sedute brevi, niente tempi morti, uno contro uno: come allena Amorim

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La parola chiave è intensità: si lavora così in settimana in modo da replicarla in partita. Le sessioni non superano mai l’ora e mezza ma ce ne possono essere alcune persino da tre quarti d’ora

Raccontano che il sorriso a 36 denti sfoggiato appena sbarcato a Linate – quando non aveva ancora visto nulla – si sia evoluto in occhi sgranati nel momento in cui ha oltrepassato il cancello verde di Milanello. Come d’altra parte ha sottolineato anche lui il giorno della presentazione: “Lo adoro. E’ strepitoso, eccezionale, mi dicono che è un po’ vecchio ma io dico di no, c’è tutto quello che serve. Non potrei essere più felice, mi sento assolutamente a casa”. Ruben Amorim quando parla solitamente è molto diretto, schietto e non ha mai avuto un particolare interesse per la piaggeria. Insomma c’è da credergli quando tesse le lodi del suo nuovo posto di lavoro. Fra poche ore si comincia e, in base alle sue abitudini, i campi non saranno bagnati soltanto dall’irrigatore, ma parecchio dal sudore dei giocatori.

sessioni

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Amorim infatti si porta dietro una “letteratura” di lavoro che rispecchia decisamente ciò che poi mostrano le sue squadre in campo. Condensato in una parola sola: intensità. Vecchia regola del pallone (che però non tutti gli allenatori seguono pedestremente): è facile che la squadra in partita abbia le stesse caratteristiche richieste in allenamento, se gli allenamenti sono ben gestiti. Nel caso di Amorim, si parla di sessioni di lavoro mediamente brevi. Al massimo si arriva all’ora e mezzo, ma è più facile starvi al di sotto. Chi conosce il suo modo di lavorare lungo la settimana, sa che ci possono essere sedute anche solo da tre quarti d’ora l’una. Il “problema” per i giocatori è che in quei 45 minuti il portoghese li usa come delle spugne: li strizza fino all’ultima goccia di sudore perché l’intensità nel suo calcio è basilare. A differenza della gestione tattica di Allegri, basata sull’attendere e ripartire (quindi con un dispendio energetico mediamente sotto controllo), Amorim chiede – anzi, no: pretende – aggressività, pressione e riconquista della palla il più rapidamente possibile. Per farlo, occorre una preparazione atletica adeguata.

ritmi

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Quindi, eccezion fatta per il primo periodo post vacanze in cui è d’obbligo rimettere in polmoni e gambe una tenuta atletica di fondo, si passa poi al lavoro mirato a gestire i picchi di intensità. Perché, si sa, quando anche un solo giocatore non è in grado di reggere i ritmi della pressione collettiva, a cascata salta tutto il meccanismo e si spalancano le autostrade. Ritmi alti in allenamento dunque, e – a parte il primissimo periodo – raramente si tratta di esercitazioni a secco. Il pallone è il grande protagonista ed è una presenza che, oltre a essere utile per abituarsi a gestirlo ad alta intensità, serve anche per alleggerire il carico mentale: toccare la palla rimane la cosa più bella per un calciatore, anche se l’acido lattico fa urlare i muscoli. Per allenare l’intensità che esige Amorim ovviamente le esercitazioni si sviluppano in spazi ridotti. Partitelle da giocare in mezzo fazzoletto, spesso a due-tre tocchi, con palla sempre in gioco. E poi, ancora, esercizi mirati al possesso, il classico attacco contro difesa estremizzato fino alle sfide uno-contro-uno. Le pause? Ci sono, certo, però più che altro per bere. Le indicazioni arrivano, ma quando la palla è in gioco. Oppure davanti alla lavagna tattica. I tempi morti nel modo di allenare di Amorim non sono contemplati, per un semplice motivo: non dovranno esserci nemmeno in partita.



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