Bruno Conti: “La Roma, il tumore, Totti e…”

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L’ex campione giallorosso verso l’addio alla Roma: “La mia più grande soddisfazione non erano gli scudetti, ma vedere ragazzi come Totti, De Rossi e Aquilani in prima squadra”

Francesco Balzani

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A giugno scadrà il suo contratto con la Roma. E dopo 53 anni rischia di salutare il posto che l’ha visto ai massimi livelli come calciatore, dirigente, allenatore e responsabile delle giovanili. Ma per Bruno Conti potrebbe anche aprirsi la porta della Nazionale. E proprio al canale della Figc, ‘Vivo Azzurro TV’, la leggenda romanista e azzurra è tornata a parlare affrontando anche il tema doloroso della sua malattia. 

la malattia

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“Tre anni fa mi hanno trovato un tumore al polmone – ha confidato Conti -. Mi avevano toccato la cosa che amo di più, i miei capelli. All’inizio non avevo voglia di fare niente, la mia fortuna è stata avere la famiglia vicino. Mia moglie mi ha dato una forza incredibile, le devo tutto”. Oggi Conti ha vinto la battaglia più importante ma proprio per stare più vicino alla famiglia (arricchita dall’arrivo del genero Pisilli) ha deciso di salutare la Roma. Salvo sorprese, che a Trigoria sono all’ordine del giorno. In questi anni non è comunque mancato al centro sportivo pur limitando le sue uscite pubbliche proprio a causa della malattia. 

fiducia ai giovani

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“Marazico” ha anche stilato la ricetta per risollevare le sorti del calcio italiano. “Oggi vedo che si predilige il fisico rispetto alla tecnica – ha proseguito Conti -. Dall’Under 10 all’Under 14 servono gli educatori, non gli allenatori. C’è bisogno di chi insegna i fondamentali del calcio, il gesto tecnico. Non si deve parlare di tattica. La mia più grande soddisfazione non era vincere gli scudetti, ma vedere ragazzi come Totti, De Rossi e Aquilani arrivare in prima squadra. Questo era il mio obiettivo. Bisogna riscoprire i vivai in Italia e dare fiducia ai nostri ragazzi”. Poi ha ripercorso l’inizio della sua carriera da calciatore. “I primi anni dicevano ‘è bravo tecnicamente, ma fisicamente non è pronto’. Io però non ci rimanevo male, il giorno dopo ero di nuovo in strada a giocare con gli amici. Per me lo sport era divertimento. A Nettuno si facevano i famosi tornei dei bar. Un giorno venne a vedere una partita Antonio Trebiciani, che allenava la Primavera della Roma. La sera stessa mi chiamò il presidente dell’Anzio e mi disse che la Roma mi aveva preso. Quando lo riferii a mio padre, grandissimo tifoso romanista, non stava nella pelle”. 

baseball

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E pensare che per lui si erano aperte le porte dell’America, ma non per il calcio. Bensì per il baseball. Quando aveva 15 anni, infatti, arrivò l’offerta dai dirigenti del Santa Monica per volare negli States. “Come sarebbe andata? Non lo sapremo mai. Ed è meglio così”, ha sorriso Conti. “D’estate giocavo a baseball e d’inverno a calcio. Ho iniziato con i Black Angels – racconta – facevo il lanciatore”. A prendere la decisione che cambierà la vita di Bruno e probabilmente anche il corso del nostro calcio è papà Conti: “Una volta venne a fare una tournée a Nettuno questa squadra americana, il Santa Monica, mi videro giocare e la sera, mentre stavamo cenando a casa, sentimmo suonare al citofono: erano il presidente del Nettuno e quello del Santa Monica, che mi voleva portare in America. Mio padre disse però che ero troppo piccolo per partire”. Poi continua: “La mia infanzia è stata bellissima, anche se con tante difficoltà, perché crescere in una famiglia di sette figli non è semplice. Lavoravo nel negozio di casalinghi di zia Maria e con la bicicletta portavo le bombole di gas nelle case. Poi il pomeriggio andavo ad allenarmi. Quando portavo a casa le 5 lire ero orgoglioso perché sapevo di aver dato il mio piccolo contributo”. 

pelé e maradona

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Qualche anno più tardi a casa porterà la Coppa del Mondo: “Tornato a Nettuno dopo il Mondiale sembravo il Papa. Mi vennero a prendere a casa con un’auto scappottata, io in piedi sul sedile che salutavo. Era pieno di gente, vedere amici con cui sei cresciuto che mi baciavano le mani è stato incredibile”. Ma il riconoscimento più grande arrivò da sua maestà Pelè: “Conti è stato il miglior giocatore del Mondiale”. Un complimento che Bruno non dimentica: “Stiamo parlando di Pelé, un fenomeno. Fu una soddisfazione enorme”. Dalla crasi di altri due campionissimi, Maradona e Zico, nacque invece quel soprannome simbolo di un talento cristallino e universalmente riconosciuto: “Ogni volta che ci abbracciavamo prima di una partita, Maradona mi diceva all’orecchio di andare al Napoli. Ho un amore per Diego che va al di là di tutto, ma Roma è Roma”.



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