Ha vinto, è caduto, ma non ha smesso di credere nei suoi metodi: così ha riportato in alto il Napoli. Potrebbe fare lo stesso alla guida dell’Italia. Medesimo colore di maglia, uguale missione: risollevare una squadra stropicciata. La sua specialità
Quando Antonio Conte arrivò al Napoli la squadra usciva stropicciata da un campionato fallimentare e dal cambio di tre allenatori. Era messa malissimo, e lui disse: “Amma fatica’”. Due anni dopo ha vinto lo scudetto, la Supercoppa italiana e, nonostante una stagione piena di infortuni, corre ancora per la vetta. Quello di Conte è un calcio luterano: arriva, inchioda i principi alle pareti dello spogliatoio e poi li applica. Senza deroghe. Si soffre davvero ma poi tutti tirano fuori il meglio. È sempre stato così nella sua carriera: ha preso squadre stropicciate e le ha rimesse in corsa. Ora potrebbe tornare alla guida della Nazionale, dopo il suo biennio napoletano, e ci tornerebbe dopo un biennio al Chelsea, uno all’Inter e uno al Tottenham, in modo differente. Il Conte-bis sarebbe un allenatore maturo, che ha avuto una stagione assurda a Napoli, liquida, che l’ha costretto a cambiare moduli senza tradire la sua tenacia né il suo linguaggio. È caduto, è entrato in crisi, ma non ha mai smesso di credere, una specialità della casa: Conte in questo è tedesco, non finisce mai di lottare e giocare e trasmette questa elettricità alle sue squadre. E a Napoli ha imparato la sfumatura tattica, non perdendo il dogma del risultato. Per questo i napoletani l’hanno amato, anche quando ha sacrificato, e molto, il lato dionisiaco.

