Dalle intuizioni tattiche a Roma fino alle cene per scacciare la crisi: Daniele e Luciano si ritrovano a Pasquetta per la prima volta da allenatori avversari
Insieme sono scesi in campo ben 247 volte: Daniele sul prato verde, Luciano in panchina a dare ordini e suggerimenti. E lunedì, nel giorno di Pasquetta, si ritroveranno per la prima volta contro da allenatori. Già, perché prima e dopo tutte le emozioni condivise insieme è capitato anche di essere avversari, ma nella loro prima volta. Quando De Rossi era un grande calciatore e Spalletti un magnifico tecnico. Adesso sarà diverso. Perché l’allievo andrà a sfidare il maestro, sperando di portare il Genoa sempre più verso la salvezza. Proprio mentre il maestro, invece, dovrà riscattare il passo falso pre-sosta della sua Juventus con il Sassuolo.
Gli inizi
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De Rossi e Spalletti, dunque. Storia di un rapporto profondo, fatto di stima ed amicizia. Un’empatia nata sul campo, sul lavoro, e poi proseguita anche fuori dai campi da gioco. Un idillio iniziato nel 2005, quando Luciano è sbarcato per la prima volta a Roma e ha anche cambiato ruolo a De Rossi. Non più mezzala ma piuttosto playmaker, mediano davanti alla difesa, la mattonella dove poi ha costruito tutta la sua carriera. Anche se Luciano successivamente ha rifiutato la paternità dell’innovazione “perché con quelli come Daniele non sei tu a inventare nulla: sono loro che ti dicono dove possono essere usati e fino a che punto. È come avere un satellitare, il gps: imposti la richiesta e lui sa già la strada e la posizione di cui hai bisogno. Lui davanti alla difesa è perfetto: dieci metri più indietro imposta, dieci metri più avanti definisce. E ti dà la soluzione per far male anche in fase offensiva”.
la trasformazione
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Spalletti intuì quindi subito di essere davanti ad un giocatore di un’intelligenza superiore e lo spostò al centro del suo 4-2-3-1. Regista difensivo della Roma, con le chiavi in mano della manovra giallorosso. Non più centrocampista di corsa, piuttosto la mente della squadra: a dettare i tempi, regolare il ritmo, gestire l’uscita della palla dalle pressioni avversarie. E quando c’era da impostare De Rossi scivolava tra i difensori, per impostare da dietro. Una trasformazione che lo portò presto nel mirino dei principali top club europei. Parallelamente, il loro rapporto diventava sempre più forte ed intenso. Tanto che già nel 2007 – quando Spalletti doveva rinnovare – De Rossi intervenne a suo favore. “Il progetto lo decide la società. Subito sotto c’ è Spalletti che dà le sue indicazioni”. Del resto in quegli anni De Rossi era un centrocampista stellare e Spalletti un allenatore che faceva volare la Roma. Insieme vinsero tre titoli (due Coppe Italia e una Supercoppa italiana), ma ebbero anche qualcosa da chiarirsi. Ad esempio quando Spalletti incontrò di nascosto il Chelsea e De Rossi commentò in diretta tv, dopo una vittoria in nazionale con la Francia: “Saluto l’allenatore del Chelsea”. Con Spalletti che replicò: “Allusione non corretta”. Un equivoco chiarito subito, con i due pronti alla ripartenza immediata. Tanto che quando Spalletti lascò la Roma, a settembre del 2009, De Rossi prese posizione: “Spalletti si è sempre preso le sue responsabilità, senza paura. Quando è arrivato, la nave stava in acque peggiori di oggi. Lui è il miglior allenatore che abbia mai avuto, l’unico con cui andrei a cena”.
il ritorno
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Poi nello Spalletti-bis De Rossi era ovviamente un altro tipo di giocatore: più posizionale, meno dinamico, per alcuni versi già allenatore. Spalletti a volte lo ha utilizzato anche come difensore centrale, soprattutto con la difesa a tre. Un percorso di arretramento che ha permesso però a Daniele di vedere il campo con ancora più profondità. Più sei dietro, più studi mosse ed avversari. Anche questo ha fatto parte della sua metamorfosi, della sua trasformazione da giocatore ad allenatore. Anche se poi in quella posizione arrivò la famosa espulsione con il Porto, nel preliminare di Champions League, che segnò la seconda stagione dello Spalletti-bis. “Daniele l’avevo messo lì per trovare qualità nel palleggio, quel ruolo lo sa fare – le parole dell’epoca del tecnico giallorosso -. Ma se la gestione della palla poi è stata quella, evidentemente mi sono sbagliato. L’espulsione? Io Daniele l’ho trovato più maturo, calmo. Certe cose non le capisco”. Lo sviluppo successivo fu la fascia a Florenzi, nel caso di assenza di Francesco Totti. Ma la cosa durò poco: anche qui i due si chiarirono presto, normali dinamiche di campo. Tanto che poi ripartirono forti insieme, fino al termine della stagione. Nonostante De Rossi si trovasse in una posizione difficile e scomoda, a metà proprio tra Totti e Spalletti. Non fu facile mantenere il giusto equilibrio, ma tra Daniele e Luciano non ci furono mai scintille. Ed infatti dopo un 4-0 alla Fiorentina, a febbraio 2017, De Rossi disse: “Spalletti è uno di quelli che fa la differenza, guai a farselo scappare. Che ce l’ha deve tenerselo stretto”.
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la terza via
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Poi Spalletti prese altre strade, tra Inter, Napoli, nazionale e ora Juventus. Esattamente come De Rossi, che dopo l’addio alla Roma nel 2019 si è tolto lo sfizio di giocare dall’altra parte del mondo, in Argentina, per poi tornare e studiare da allenatore. E quando De Rossi è rientrato alla Roma, Luciano ha commentato così: “Sono felice per lui. Da giocatore era straordinario perché aveva un grande senso di squadra: nutriva sentimenti forti per i compagni, si batteva per loro. Un campione generoso, mi sono sentito felice ogni volta che l’ho allenato. A volte può aver perso di vista se stesso, ma mai la Roma. Conosco bene i suoi cavalli, spero possa dare ulteriore energia al motore della Serie A”. Per un po’ Daniele ci è riuscito, poi le cose sono andate diversamente. Per entrambi, tanto che quando Spalletti è stato esonerato dal ruolo di ct della nazionale, De Rossi organizzò una cena (con Perrotta, Pizarro, Tonetto e Vito Scala) per tirargli su il morale. Del resto, l’amicizia era rimasta, esattamente come la stima. “Spalletti era ed è geniale – ha detto poi DDR – E’ uno di quegli allenatori che mi ha sempre spiegato quello che mi faceva fare. Magari non era sempre giusto, ma c’era sempre un motivo. Io le sue riunioni tecniche me le “mangiavo”. Volevo capire”. E magari lunedì proverà a mangiarsi anche la sua Juventus, per volare verso la salvezza. Di certo c’è che i due si saluteranno, si abbracceranno. E si vorranno ancora bene. Perché l’amicizia chiama la stima. E da qui non se ne scappa…
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