Vagnati intervista al direttore del Torino

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Vagnati, direttore dell’area tecnica granata: “Al Toro non stacco mai. Lavorare con Cairo è come fare un master quotidiano”

Sebastiano Vernazza

Giornalista

Nato a Genova, cresciuto nella delegazione di Genova-Pegli, Davide Vagnati, responsabile dell’area tecnica del Torino, è un figlio d’arte: “Mio papà, Leonardo, ha giocato nel Gruppo C, una squadra genovese degli anni Settanta (ci giocava anche Corrado Tedeschi, attaccante, futuro presentatore tv e attore, ndr). Ho cominciato nella Pegliese, sono entrato nel settore giovanile della Sampdoria, la mia squadra del cuore, e ho fatto la trafila”.

Stagione 1997-98, il giovane Vagnati nella rosa della Samp. Allenatore Luis Cesar Menotti, ct dell’Argentina campione del mondo nel 1978.

“Menotti ci faceva lavorare soltanto con il pallone e questa cosa sorprese il gruppo, formato da gente di spessore. C’erano Mihajlovic, Veron, Montella… Mancini se ne era appena andato alla Lazio. Menotti aveva un po’ l’aria del santone, mi colpiva la sua personalità, con lui avevo un buon rapporto, ma la sua storia a Genova non finì bene (Menotti lasciò dopo 8 giornate, sostituito da Boskov, ndr). Io non esordii in Serie A, mi portarono per due volte in panchina, all’Olimpico contro la Lazio e a Marassi contro il Milan”.

L'ex commissario tecnico della nazionale parla della retrocessione della Sampdoria e del possibile ripescaggio in caso di penalizzazione al Brescia. Roberto Mancini ha parlato dal Castello Brown in occasione del Premio Telenord Gianni Di Marzio.

“In quella stagione non c’era più, ma ci ho giocato assieme per tre partite in Primavera. Era stato squalificato per aver scagliato la fascia contro l’arbitro e lo mandarono con noi per mantenere il ritmo gara. Lo guardavamo come un supereroe”.

Demetrio Albertini, 50 anni ANSA

“All’inizio un centrocampista “box to box”, piano piano sono diventato più un regista. Avevo come riferimento Demetrio Albertini del Milan, ma si vede che non lo studiavo bene (risata, ndr)”.

Dopo la Samp , tanta Serie C e un po’ di D.

“Sì, ho vinto quattro campionati: una Serie D e una C2 con la Massese; una C2 con il Benevento; una Serie D con il Pisa. In carriera, ho giocato 279 partite e segnato 33 reti. Non male, credo”.

“Il gol in Massese-Napoli, Serie C 2005-06. Una rovesciata spettacolare, vittoria per 1-0 contro il Napoli di Reja e del “Pampa” Sosa. Su un contrasto aereo, la palla si è impennata e quando è ricaduta, l’ho colpita con un’acrobazia. Mia moglie era incinta e festeggiai con il pallone sotto la maglia, di lì a poco sarebbe nato il nostro primogenito, Manuel”.

Il salto dal campo alla scrivania?

“Nell’ultimo anno alla Giacomense, la squadra di una frazione di un paese in provincia di Ferrara. Il presidente, Walter Mattioli, l’uomo di fiducia della famiglia Colombarini, i proprietari, mi disse: “Vagnati, ho notato che in campo corri poco e parli molto. Penso che sia il momento di passare a un ruolo dirigenziale”. In effetti, rompevo le scatole ai compagni. La maggior parte dei calciatori giocava a Fifa, alla playstation. Io preferivo Football Manager, mi piaceva costruire le rose e fare i business plan”.

Come sono stati gli inizi da ds?

“Sorprendenti. Salgo in macchina direzione Milano, a fare mercato per la Giacomense, e ricevo una telefonata di Mattioli: “Aspetta, abbiamo rilevato la Spal”. Dalla Giacomense alla Spal in un attimo. Quasi uno shock, la Spal era ed è la squadra di una piazza appassionata ed esigente. È stato l’inizio di una cavalcata esaltante. Abbiamo vinto la C e la B e ci siamo salvati per due volte in A”.

Manuel Lazzari (Lazio) in lotta con Hakimi (Inter) in occasione dell'ultimo match di campionato. Getty Images

Il suo colpo di mercato più riuscito alla Spal?

“Lazzari, preso a zero, in svincolo, dal Porto Tolle in D, e poi venduto alla Lazio per 15 milioni”.

Alfred Gomis. Afp

È vero che il presidente del Torino, Urbano Cairo, l’ha voluta perché rimase impressionato dalla sua durezza in una trattativa?

“Sì, l’affare Gomis, il portiere. E sul trasferimento di Bonifazi pensavo che non fosse conveniente per la Spal, lo dissi e restai fermo sulle mie posizioni. Il presidente Cairo mi confidò che gli era piaciuto il mio atteggiamento, teso al bene e agli interessi della società per cui lavoravo. Sento molto la responsabilità del denaro altrui. Se i soldi sono miei, posso fare ciò che voglio. Se non sono miei, devo stare più attento e ottenere il massimo. Devo avere cura dei capitali della proprietà. Nel calcio si parla di milioni come di noccioline, ma serve cautela, un milione è un milione”.

Ci permetta una battuta: lei è genovese…

“Sono genovese il giusto: se penso che un investimento meriti, procedo. Al Torino penso di essere cresciuto, perché lavorare a contatto con il presidente Cairo è come fare un master quotidiano, lui è un negoziatore nato. Ha un impero e potrebbe goderselo, ma è sempre sul pezzo, tutti i giorni. Cerco di stare al passo. Ho addosso un’inquietudine costante, però positiva. Non stacco mai”.

Comprare è più facile che vendere?

“Per comprare bene, bisogna vendere bene. Per vendere bene, bisogna comprare bene. Bisogna essere fermi, ma non ottusi, capire qual è il limite oltre il quale non conviene spingersi”.

Il suo colpo migliore al Torino?

“Schuurs, difensore fortissimo e ragazzo straordinario, di una sensibilità unica. È fermo per infortunio da quasi due anni e prego perché ritorni in campo: qualche miglioramento c’è. Poi vorrei citare Milinkovic Savic, il portiere. Non è stato un mio colpo (lo prese Petrachi, ndr), ma l’ho sempre difeso dalle critiche. Aveva un potenziale enorme, al Napoli crescerà ancora”.

Soddisfatto dei suoi anni al Toro?

“Sì, abbiamo fatto tante cose, tra cui le migliorie al Filadelfia e il Robaldo (il nuovo centro per il vivaio, ndr). E mi fa piacere che nel passaparola il Toro sia considerato una società seria, in cui andare volentieri. Aboukhlal ha telefonato a Schuurs e a Masina e loro lo hanno convinto della scelta”.



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