Nel marzo 2016 l’Ifab approvò l’uso del supporto tecnologico con l’obiettivo di ridurre gli errori ma le polemiche anzichè ridursi sono aumentate
Soffia su dieci candeline il Var ma di regali non c’è traccia, la torta è amara e gli auguri mancano. Era il 5 marzo 2016 quando l’Ifab approvò l’uso del supporto tecnologico nel calcio. Dopo le prime sperimentazioni fu adottato da tutte le principali leghe calcistiche, chi prima e chi dopo. Nelle intenzioni dei vertici c’era il sogno di abbattere – o quantomeno ridurre sensibilmente – le polemiche ma ad oggi si può dire che l’obiettivo è fallito.
Il protocollo del Var
Nello stilare il protocollo su come e quando dovesse intervenire l’occhio elettronico, venne chiarito che le situazioni previste erano quattro:
- 1. Gol: infrazioni in occasione di un gol (fallo, fallo di mano, ecc.); annullare o convalidare la rete;
- 2. rigori: su concessione o mancata concessione di un penalty (fallo dentro o fuori area, fallo di mano, ecc.);
- 3. espulsioni: correttezza della decisione che porta a un cartellino rosso (fallo, condotta violenta, ecc.);
- 4. scambio di persona: individuare senza errore il giocatore da sanzionare con cartellino giallo o rosso.
La premessa fondamentale era che il Var dovesse intervenire solo in caso di “chiaro ed evidente errore dell’arbitro“. Ed è sulla presunta oggettività di questa postilla che si è discusso e si discuterà all’infinito. I primi – ingenui – dubbi iniziali erano legati solo al “sesso” della novità. Si dice il Var o la Var? Var sta per “Video Assistant Referee” e si dice il Var poiché l’acronimo si riferisce alla figura dell’assistente (maschile) o al sistema.
La prima volta del Var in serie A
Nel nostro campionato il VAR ha fatto il suo esordio ufficiale in Serie A il 19 agosto 2017 durante Juventus-Cagliari, arbitrata dal napoletano Fabio Maresca. Il Var richiamò il fischietto campano al 37′ del primo tempo dopo un fallo di Alex Sandro su Duje Čop, non sanzionato in presa diretta. Dopo aver rivisto al monitor le immagini Maresca concesse il rigore. Nei primi anni di applicazione, i numeri ufficiali parlavano di un’adozione meticolosa: nella stagione 2017-18 il VAR era stato impiegato in 397 partite tra Serie A e Coppa Italia, con 2.023 controlli effettuati e 117 decisioni corrette, in media un intervento ogni 3,3 gare.
Il declino e le polemiche
Sia pur con polemiche a singhiozzo nei primi anni il Var ha fatto un percorso accettabile. Tra le tante critiche però non mancavano quelle legate all’aspetto emotivo: nessuno più poteva esultare liberamente dopo un gol o un rigore assegnato, bisognava aspettare il responso del Var. Poi le cose hanno preso una piega sempre più imbarazzante e si è creata una confusione totale. Oggi l’arbitro – che da protocollo doveva avere sempre l’ultima parola – è quasi schiavo del Var. I guardalinee neanche segnalano più – se non in casi rari – i fuorigioco, consapevoli che ci penserà il Var o il fuorigioco automatico. Cresce la sudditanza dei fischietti che solo di rado, dopo aver rivisto le immagini, restano sulle proprie posizioni. Inutili i tentativi del designatore Rocchi di chiarire sempre più cos’è e come va sanzionato lo “step on foot”. I tifosi familiarizzano con le nuove terminologie, da Dogso a Spa, ma si lamentano dei diversi metri di giudizio, di chiamate al Var fuori protocollo o al contrario dimenticate. Un guazzabuglio che non si è placato con l’ultima novità.
L’annuncio dell’arbitro col microfono
Da questa stagione è stata introdotta la spiegazione in diretta delle decisioni VAR tramite microfono. L’arbitro annuncia con un microfono da metà campo la decisione finale allo stadio (e ai telespettatori) dopo una on-field review. Il debutto è avvenuto con Manganiello in Como-Lazio.
Il Var a chiamata
In molti chiedono di cambiare il regolamento e introdurre il Var a chiamata ma davvero sarebbe utile? In serie C esiste, c’è il Football Video Support (FVS). Non si tratta del VAR tradizionale con sala VOR, ma di un supporto video a bordocampo gestito da un addetto: gli allenatori hanno a disposizione due “chiamate” per tempo per rivedere gol, rigori, espulsioni e scambi di persona. Le statistiche dicono che nella stragrande maggioranza dei casi l’arbitro non torna indietro dopo aver rivisto le immagini. Perchè? Semplice, in A è un arbitro (magari anche un internazionale di carisma) che chiama un arbitro, e questi quasi sempre cambia idea. In C è diverso, non tutti i direttori di gara vogliono dare ragione agli allenatori. Per non dire che spesso mancano immagini chiare.
E’ tutto da dimostrare che in A le cose andrebbero meglio col Var a chiamata: in sostanza se un allenatore chiede un intervento è come se sbugiardasse contemporaneamente sia l’arbitro di campo che il Var di Lissone. Chi darebbe ragione al tecnico? E allora che fare?
Quali soluzioni per migliorare il Var allora? Abolirlo sarebbe meglio come forse vorrebbero tanti allenatori che mai come in questa stagione si sono lamentati (“questo non è più calcio”)? Un’idea potrebbe essere quella di ridimensionarne il potere da un lato, allargandone la linea d’azione dall’altro. Ovvero ripartire da quel “chiaro ed evidente errore” che ne consente l’utilizzo. Un rigorino in mischia con l’arbitro costretto a vedere e rivedere 10 volte le immagini non può mai essere di competenza del Var. Lo dovrebbe essere invece un giallo inventato (cosa che al momento non è consentita, caso Bastoni docet). In sostanza ridare piena centralità all’arbitro, che ha – come in passato – il diritto di sbagliare ma non di essere influenzato su ogni intervento dubbio. Voi che ne pensate?

