Il figlio racconta la lunga storia di Gigi: “Altro che sergente di ferro, era intransigente ma buono, gli volevano bene tutti e in campo faceva quello che fanno le squadre di oggi. A Roma uno striscione commovente, a Milano l’abbraccio dopo il gol di Spillo. La mia adolescenza tra il campo e la Maratona”
Chi non conosce Gigi Radice può capire chi era da 10 secondi di video, datati 16 maggio 1976: il Torino fa 1-1 in casa con il Cesena, vantaggio granata con Pulici e autogol di Mozzini per il pari, ed è il punto che vale il campionato visto che nel frattempo la Juve, che era a -1, ha perso a Perugia. Intorno a Radice esplode la gioia, la gente granata corre, urla, piange, mulina bandiere, ma lui cammina impettito, scuro in volto. Il giornalista Rai lo raggiunge: “Gigi, siete campioni d’Italia! Sei contento?”. E lui: “Ah, la Juve ha perso? Sì, beh, ma mi dispiace per la partita, peccato, l’avevamo sbloccata, poi quell’episodio…”. Servono abbracci, tanti abbracci per farlo sciogliere in un sorriso. Radice, architetto dell’ultimo Toro scudettato, era così: perfezionista, vincente, senza sconti, bravissimo a far giocare e a farsi amare. Suo figlio Ruggero ne ha seguito le orme (terzino prima, allenatore poi) e conferma. Nell’iconografia del calcio suo padre viene inserito tra i “sergenti di ferro”.