Nazzareno Canuti: “Io, l’Inter, il Milan, Bersellini, la Sony e…”

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Il difensore campione d’Italia 1980: “Passai dall’Inter al Milan in B: non mi dissero niente, allora si usava così. Non ho allenato perché non volevo essere licenziato, ma in spiaggia ho trovato l’occasione per cambiare vita”

Germano Bovolenta

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Nazzareno Canuti, detto Nazza. Nato nell’Inter. Vive a Cinisello Balsamo, ha 69 anni, fa sport. Tutti i giorni, dalle 9 alle 11, è in piscina. Ha una bella voce allegra, racconta le storie del passato e si diverte. Firma i messaggi whatsapp con un cuoricino nero e uno azzurro e dice: “L’Inter è l’Inter: si ama”. Comincia presto: “Come raccattapalle, a 14 anni. Ho visto Boninsegna segnare in rovesciata al Foggia: 5-0 e scudetto”. Nazza si sposa giovanissimo, a 20 anni. Nasce subito Alessia. La “presidentessa” dell’Inter, Lady Renata Fraizzoli, si commuove: “Pòr fioeu, è un papà bambino”. 

Canuti, una vita nerazzurra. L’inizio? 

“A Rogoredo, con un provino, dall’oratorio di Precotto, ala destra. C’era Enea Masiero che mi disse: ‘Di ali ne abbiamo, fai il terzino’. Dopo un po’ mi hanno detto: ‘Basta così, rivestiti’. Che delusione. Sono uscito a testa bassa, quasi piangendo. Un dirigente mi ha fermato: ‘Cos’hai capito? Basta così vuol dire che hanno visto tutto, fai firmare questo foglio a tuo padre e sei dell’Inter’”. 

“Non sapeva del provino, lui non avrebbe voluto, per evitarmi delusioni. Papà era uno pratico, faceva l’autista a Bozzolo, nel mantovano, andava a prendere il latte nelle fattorie e lo portava a Piadena. Poi siamo venuti a Milano e ha guidato gli autobus dell’Atm”. 

Lei guidava la difesa dell’Inter. 

“Beh, guidare… ero stopper. Bini libero. Dicevano che eravamo belli, quasi gemelli e lui faceva finta d’incazzarsi. Eravamo tutti molto amici in quell’Inter. Anche se ‘Tiger’ Bersellini ci faceva soffrire…”. 

“Era realmente un sergente di ferro. Non come quello dei marines di Full Metal Jacket, ma siamo lì. Rude e spietato, ci faceva lavorare come dannati. Due ore e più di corsa continua, in ritiro, per le montagne, ginnastica, addominali, scatti”. 

È vero che a 21 anni, proprio con l’arrivo di Bersellini, lei voleva smettere? 

“Sì, avevo esordito con Beppe Chiappella. Stavo bene, giocavo abbastanza. Ma dopo quattro giorni di Bersellini non ne volevo più sapere. Stavo da cani, ero un cadavere. Mi convinse Facchetti. ‘Porta pazienza, Eugenio è fatto così. Ma non è cattivo. Stai vicino a me, vedrai che cambierà’“. 

È finita bene. Con Bersellini siete diventati campioni d’Italia. 

“Nella stagione 1977-78, sono stato lanciato come titolare proprio da Bersellini. Aveva ragione Cipe Facchetti, mi sono inserito e ho veramente capito cosa significa essere un professionista: è stato lui, Tiger, a insegnarmi a lottare, lavorare e soffrire”. 

Anche troppo, pare. Lo dicono tutti quelli dell’Inter fine anni 70: un vero duro. 

“Beppone Chiappella era diverso. Quando, nel 1976, è nata mia figlia Alessia mi ha detto: ‘Vai, vai subito dalla tua bambina’. Non avevo la macchina, Oriali mi ha prestato la sua, una Bmv 520. Sono andato e tornato e il giorno dopo ho giocato. Quando invece è arrivato Christian, il secondo, Bersellini ha fatto finta di niente. Lo sapeva, ma non mi ha dato il permesso e allora il massaggiatore Giancarlo Della Casa, mi ha inventato un ascesso. Mi ha messo del cotone in bocca e ha detto a Bersellini: ‘Mister, fra l’altro Nazza ha anche mal di denti. Non vede come è gonfio? Dai dai, lo porto io a Milano dal dentista’”. 

“Benissimo. Sono andato, in clinica, alla San Camillo, siamo tornati subito. Il giorno dopo ho giocato con il Bologna e ho fatto un gol da metà campo a Zinetti, annullato perché ero in fuorigioco pochi centimetri oltre la linea. E Bersellini mi ha detto: ‘Eh, Nazza, tu dovresti avere un figlio ogni settimana…’“. 

Sette stagioni all’Inter. Una al Milan in B. Non voleva andarci, vero? 

“Sì. Eravamo in tournée in Cile, mi sono molto incazzato. Ma come? All’improvviso, senza dirmi niente? Mi avevano inserito, assieme a Pasinato e Serena, nell’affare Collovati. Ma non si poteva rifiutare, allora funzionava così. Poi sono stato contento, abbiamo vinto, c’erano ragazzi splendidi e Ilario Castagner, gran persona, allenatore sensibile e delicato”. 

Poi Genoa, Catania in B e stop. Ha smesso a 31 anni, un po’ presto. No? 

“Ero stufo, sono andato alla Solbiatese, volevo provare nei dilettanti. L’allenatore era Pierino Prati, abbiamo vinto il campionato e ho lasciato tutto”. 

Non ha mai pensato di fare l’allenatore? 

“No, mai. E sa perché? Non volevo essere licenziato. Mi sono rimesso in gioco. Ero in vacanza a Forte dei Marmi, il mio vicino di ombrellone era Claudio Borroni, dirigente lombardo della Sony. Abbiamo subito legato. Mi ha offerto di lavorare con lui. ‘Prova un mese e vedi. Se poi non ti va, molli’. Ho fatto la mia seconda vita in un altro campo, quello dell’elettronica. Io e Borroni siamo cresciuti insieme, lui è diventato presidente di Sony Europa, io dirigente. Il mio passato mi ha aiutato. All’inizio ero rappresentante, andavo in giro, presentavo i prodotti ai negozi e magari se incontravo un interista piazzavo l’intero catalogo. Sa, fra noi nerazzurri…”. 

E ride. L’Inter sempre nel cuore? 

“Sempre, forever. Con l’Inter ho vissuto momenti bellissimi. Anche qualche delusione, come la mancata finale di Coppa Campioni dopo aver battuto il Real Madrid nel ritorno della semifinale. Ma ho giocato in una grande squadra e ho marcato, e spesso annullato, i più grandi attaccanti: Paolo Rossi, Giordano, Pulici, Bettega, Chiarugi, Novellino. Non male, eh?”.



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