Il belga può giocare tra mediana e trequarti ed è un valore aggiunto anche con la sua mentalità vincente
Si potrebbe scomodare Darwin, e basterebbe starsene ai bordi della memoria per osservare cosa sia stato e dove sia arrivato Kevin De Bruyne, e anche per rendersi conto d’essere al cospetto d’una evoluzione plastica della specie, degna di essere gustata passo dopo passo. E però, senza neppure sfiorare Guardiola, il Vate, in quei nove anni nel tiki taka e nel suo mutamento – che è arrivato a fare dello spazio un centravanti – c’è un centrocampista universale, quindi tante cose assieme, che galleggiando nel proprio talento se ne è stato a destra o a sinistra, in mezzo o tra le linee e comunque sempre ai confini dell’inimmaginabile. De Bruyne è stato e rimane un calciatore senza fissa dimora, che ha potuto lasciarsi cullare da quella abbondanza di materia grigia che l’ha eletto a interprete sublime del calcio stellare appartenuto al Manchester City, con lui costruito e poi destrutturato e poi ristrutturato nell’eleganza del palleggio di chi per 422 partite e con 108 gol s’è portato nel salotto di casa cinque Premier, una Champions e un numero spropositato di coppe, che riempiono il salone e il curriculum vitae.
Si cambia
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De Bruyne facilita il cambiamento, lo ispira, ha indotto a lasciarsi andare in un ritiro divenuto per Antonio Conte – e come sempre – un laboratorio di idee nel quale inventarsi la magia di un calcio che conquisti: il tridente, che è stato un mantra necessariamente già “sacrificato” nel finale della stagione del quarto scudetto, resta lì, però attraverso rivisitazioni che sono agevolate dal portamento di un calciatore sublime. Ci sono vari Napoli da plasmare e c’è (ovviamente) un De Bruyne per qualsiasi declinazione, avendo come struttura dominante la difesa a quattro e procedendo poi nella mutazione genetica che in realtà comporta piccoli accorgimenti. De Bruyne sta nel 4-1-4-1: una mezzala con la vocazione di assaltare; oppure se ne sta, quando capita, nel 4-3-3: mezzo destro più che mezzo sinistro; o magari si adagia nel 4-2-3-1, perché anche Anguissa è un privilegio al quale è difficile sottrarsi, e dunque si lascia andare alle spalle di Lukaku, lo sente, lo avverte, lo invoca come appoggio per liberare il tiro, per aggredire il campo.
Ovunque
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De Bruyne non è banalmente il valore aggiunto in una squadra che può avere tante anime, come pure ha dimostrato nella stagione passata: ci sta ovunque, anche se, riprendendo qualcosa del proprio calcio, Conte pensasse a difendere a tre o se, come in gioventù, si votasse al 4-4-2. Perché De Bruyne permette di invaghirsi di qualsiasi idea, la assorbe, la fa sua, la espone con quella leggiadria che in un mese ha stordito Napoli, presente in migliaia agli allenamenti e puntualmente incredula di poter ammirare un fenomeno di quella portata, 34 anni e non sentirli.
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Senza parametri
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E il paradosso, averlo acquistato in scadenza – recita il gergo del mercato, ignorando il riconoscimento da dieci milioni del bonus alla firma: un parametro zero – mentre De Bruyne è fuori parametri, porta con sé una cultura internazionale e un’abitudine ad affermarsi che ha pochi eguali. E poi ci sistema la raffinatezza del palleggio e anche di quella corsa così seducente, che Conte vuole orientare nei suoi Napoli, a prescindere dal sistema. Il fattore De Bruyne s’è avvertito immediatamente, ancor prima che il pallone ricominciasse a rotolare, in quella ventata di sontuosa euforia che s’è avvertita sulla scia dell’allegria per il quarto scudetto e nella consapevolezza d’essere finiti ora in una nuova era: nelle mani di (K)DB, Napoli si sente meravigliosamente coccolata in una dimensione onirica.
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