L’ex bandiera della Juve: “Boniperti chiamava per controllarci, ma io ero sempre fuori. Sono di sinistra, mi rivedevo in Bertinotti”
“Sono arrivato nel 1978 in Argentina a pezzi, perché in stagione davo sempre tutto. Non sentivo fiducia attorno a me e parlai chiaro a Bearzot: ‘Se vuole, mi lasci pure fuori’. Mi guardò dritto: ‘Non fare il deficiente, Marco. Fai quello che ti dico e giocherai’. Mi rassicurò, era un uomo speciale, di grande cultura, un esempio vivente”. Marco Tardelli era il più forte centrocampista italiano, altro che “mi lasci fuori”: era in Argentina e poi in Spagna quando il suo urlo significò il Mondiale.
Si sente prigioniero di quell’urlo?
“Quando mai, l’urlo è mio e me lo tengo, mi arrabbio solo quando mi chiedono di rifarlo. E sarà bello farlo vedere ai nipoti: al massimo penseranno di avere un nonno un po’ pazzo”.
Nonno… a settembre sono 71 anni. Si sente vecchio?
“Mi sento bene, qui a Pantelleria sono come un ragazzino quando lavoro tra gli ulivi del mio orto. La sera Myrta mi chiede di ballare sotto la luna ma… non so ballare!”.
Era un ragazzino magro come un chiodo quando andò al Pisa per settantamila lire.
“Per la verità voleva altri due del San Martino, due belli possenti, non me. Il mio allenatore, Romano Paffi, si oppose: ‘O prendete anche Marco o niente’. Credeva in me”.
Credeva in questo ragazzino che per mantenersi faceva il cameriere. Altro che social media, procuratori e tatuaggi.
“Difficile farlo capire ai ragazzi di oggi, ma non mi mancava niente, si diventava uomini prima, c’era più rispetto per gli altri. I tatuaggi non mi interessavano neanche allora, figurarsi alla Juve, perché dovevo cambiare il mio aspetto?”.
Un cameriere che servì a tavola Zoff…
“Mi chiamarono fuori stagione al Ciocco. C’era il Napoli di Iuliano, Cané e Zoff. Quando arrivai alla Juve glielo confessai, dandogli del lei, Dino si alzò e lo disse a tutti. Dino è una persona fantastica, io ero timidissimo. Al Como ero in stanza con il capitano Correnti, gli diedi subito del lei e lui mi rimproverò: ‘Ma sei matto? Non farlo più’…”.

A Boniperti però dava del lei…
“Mi accolse in ufficio, mi chiese se fossi contento, se stessi bene, qui e là, poi: ìBene, dopo che esci, tagliati i capelli, togli collanina e braccialetto, e poi torna’. La Juve era una scuola, io ero stato educato bene da mio padre, ma la Juve era attentissima”.
Ricorda le mitiche trattative per il contratto?
“Eccome! Ci divideva per fasce d’età, io ero con Scirea, Gentile, Cabrini… Dicevi no, e poi no, ma alla fine firmavi. Con i premi si guadagnava bene”.
Le telefonate dell’Avvocato all’alba?
“Sempre vicino ai giocatori. C’è stato un periodo in cui mi stiravo spesso: dormivo poco perché mia figlia era appena nata. Allora mi mandò il suo massaggiatore. La domenica dopo 20’ mi stirai di nuovo. Mi chiamò. ‘Guardi, mi taglierei la gamba’, risposi. E lui: ‘Lo dice a me?’. Zoppicava un po’, che gaffe… Una volta, a Franco Costa che gli chiedeva se fosse preoccupato per la Juve, rispose: ‘No, per la gamba di Tardelli’…”.
Poi arrivò Platini e il primo impatto non fu esaltante.
“Eravamo tutti amici di Liam Brady, e qualcuno storse la bocca perché doveva andar via per far posto a Michel. Non aveva la puzza al naso, l’abbiamo accolto bene, ci ha aiutato a diventare più grandi ed è un amico vero da sempre, come Boniek”.
Un compagno che poteva dare di più?
“Fanna. Qualità grandissime, velocità, dribbling, tiro, ma timido. Marocchino era più cialtroncello, più interessato al fuori campo che al dentro, amava scherzare, uscire, il calcio come hobby. E invece è una professione”.
Boniperti telefonava a casa per controllarvi?
“Uscivamo, cercavamo ragazze, due birre con gli amici: niente di esagerato, però se ti beccava a volte erano punizioni. Ma eravamo giovani. E io poi non ero mai a casa”.
“Gentile. Siamo stati testimoni di nozze, siamo ancora amici malgrado la distanza tra Como e Roma. Più simili di quanto si pensi”.

“Antipatico nessuno, magari qualcuno era troppo vicino alla società e poteva raccontare cose di spogliatoio. Ma non le dico chi”.
“Giovanissimo, molto solare, ha portato tante novità. Bella persona. Ma io ero amico anche di Parola”.
Le dava fastidio la storia sugli arbitri “juventini”?
“A me no, abbiamo avuto aiuti e cose contro, come tutti. Sbaglia la Var, si figuri gli arbitri allora. Altro che sudditanza. Tutti dicevano che Michelotti fosse juventino, no? Be’, io litigavo sempre con lui, sapevo di esagerare ma avevo voglia di litigare”.
“Era cominciata male, con dirigenti e altre persone a farci i complimenti prima dell’inizio, ed è finita peggio”.
Perché ha lasciato la Juve?
“Perché ho capito che era arrivato il momento. Non so se ho fatto bene o male”.
E quando ha capito d’aver vinto il Mondiale?
“Dopo Argentina e Brasile. Non ci fermava più nessuno. Zico era allibito, andava dai compagni per cercare una reazione…”.
Cos’ha detto a Rossi dopo i tre gol?
“Gli ho detto ‘Era ora!’. Paolino era ed è mio amico per sempre, lo abbiamo aspettato tutti. Gli davamo la carica anche in allenamento. Gentile, quando finiva in squadra con lui, gli diceva: ‘Ommadonna, anche oggi giochiamo in dieci’…”.

Lei è sempre stato uomo del popolo, papà operaio, idee di sinistra. Dov’è la sinistra oggi?
“Resto di sinistra, ma mi rivedevo più in Bertinotti. Voto sempre perché è un dovere, ma non mi piace più la politica. Dovrebbe insegnare i valori ai ragazzi”.
Contento che non le abbia fatto la domanda sul voto di Moana?
“Anche perché non le avrei risposto… Vi concentrate tutti sul voto che mi ha dato, non va bene”.
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“Mi ha riacceso la luce. È un po’ rompiballe, ma sono innamorato di lei da tanto: mamma mia Myrta, stiamo assieme da quasi dieci anni? (si rivolge a lei mentre parla, ndr). Sarà il mio ultimo amore, anche se chi può dirlo: sono sempre stato un playboy, no?”.
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