Makinwa intervista: “La Lazio, Lotito, il razzismo, Malesani, Delneri e…”

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L’ex attaccante: “Trapattoni litigò con lo Stoccarda per me. All’Olimpico per me solo fischi, ancora oggi faccio fatica a entrarci”

Andrea Elefante

Giornalista

La seconda vita di Stephen Ayodele Makinwa è stata un’altra capriola: tipo quelle che faceva per esultare dopo un gol. Non più giocatore, ma procuratore, con la valigia: come un salto all’indietro di 15 anni. Ayo (“Ma alla Lazio ero Maki”) a 17 anni arrivò dalla Nigeria in cerca di un sogno, a 32 ha iniziato a lavorare come agente per regalarlo ai ragazzini che nel suo Paese credono allo stesso domani. “Ho il patentino Uefa B, ma allenare non fa per me. Mi vedevo ingegnere informatico, oggi sono solo un ottimo cliente per Media World…”. Makinwa vive a Roma: ha sposato Funke, fidanzata storica, e ha due figli.

Era troppo presto quando nel 2000 Franco Dal Cin la portò alla Reggiana con Oba Oba Martins?

“No, ma ci ho messo un po’ a capire l’Italia: l’allenatore arrivava al campo in bicicletta e mi dicevo: ‘Possibile sia così povero?’. In Africa va in bici chi non ha soldi… Però noi della Berretti ci sentivamo forti, anche contro la prima squadra: eravamo fulmini”.

“Durante un provino per il Milan, feci un test sui cento: 10’’3, se non ricordo male”.

Successe fra i due prestiti a Conegliano e Como.

“E al Como da un giorno all’altro ho scoperto di essere diventato un giocatore del Genoa, che era stato appena acquistato dal mio presidente Preziosi, ma di dover restare lì. Mai capita bene, quella cosa”.

Prima di tornare al Genoa, altro prestito: al Modena. E con Malesani debutta in A.

“Modena-Lazio 1-1, inizio morbido… Fino a quel giorno avevo visto Jaap Stam in tv, dicendomi: ‘Ma quanto è grosso?’. Io contro lui e Couto, veda lei”.

La Lazio nel destino, ma un po’ anche l’Inter.

“Primo gol in A a Toldo: pallonetto con colpo sotto. Dopo la partita chiedeva: ‘Ma dov’è quello che mi ha segnato?’. Capisce? Il portiere della Nazionale che mi cerca per farmi i complimenti”.

Quel giorno abbiamo conosciuto anche le sue capriole, dopo quelle di Martins.

“Ho iniziato da bambino, mi allenavo sul lettone di mia mamma o sulla sabbia. Ma Oba ne faceva più di me: lui più rapido, io più elegante”.

Che allenatore è stato Malesani?

“Quando iniziava a parlare in dialetto, mi nascondevo per non fare vedere che ridevo. Ma preparava video pazzeschi: la partita andava esattamente come ce l’aveva spiegata”.

Dopo il Genoa, il vero decollo all’Atalanta.

“Un giorno i tifosi attaccarono uno striscione: ‘Makinwa sindaco’. Dopo la partita non uscivano dallo stadio se non li salutavo con una capriola”.

Fa così bene che va al Palermo: era uno squadrone.

“Non facile arrivare dopo uno come Toni, ma era una squadra piena di futuri campioni del mondo: Zaccardo, Barzagli, Grosso, Barone. Allenatori già allora: grandi letture delle situazioni, sapevano parlare nello spogliatoio. Parlava tanto anche Delneri, ma capivo una parola su dieci”.

Quell’estate, prima di andare al Palermo, sembrava fosse già dell’Inter.

“Oba Martins mi aspettava, avevo anche firmato un accordo. Mi dicevano: ‘Dobbiamo solo liberare il posto di Cruz’, ma passò troppo tempo. Il giorno dopo il sì al Palermo mi chiamò Branca: ‘Siamo pronti’. Secondo me fingeva di non sapere che avevo già firmato”.

La cercò anche lo Stoccarda di Trapattoni, vero?

“Offrirono 5 milioni, poi sparirono e rilanciarono a 8 quando ero già a Palermo. Trapattoni, lo incontrai a una cena, mi disse: ‘Per te ho litigato con il club'”.

Nel 2006 la Lazio, il punto teoricamente più alto della carriera.

“Teoricamente, sì: per colpa dei miei problemi al ginocchio. Anche burocratici. Ero in prestito alla Reggina, serve un intervento di pulizia alla cartilagine e il medico della Lazio mi chiede: ‘Ma chi paga?’. Io, allibito. Poi chiama al telefono Lotito e quando mette giù mi fa: ‘Tu anticipi le spese, poi il presidente ti rimborsa’. Mai più visto un euro”.

Ma della Lazio ha più bei ricordi o cattivi ricordi?

“Diciamo che il club poteva tutelarmi di più, anche come persona. Alle presentazioni della squadra per me c’erano solo fischi: pesante. Più di quando a Conegliano sentivo il rumore delle sicure delle auto se le affiancavo a piedi o di quando Aronica mi disse ‘negro di merda’ dopo un contrasto. Poi, da compagni alla Reggina, abbiamo fatto pace. Però ancora oggi all’Olimpico faccio fatica ad andare”.

“L’emozione della Champions, al Bernabeu con il Real di Ramos, Cannavaro, Marcelo, Robinho, Raul, Van Nistelrooy… Quanti video feci per ricordo: sembravamo turisti, mica calciatori”.

“Vertenza Fifa: provarono a cambiarmi il contratto due volte. “Se hai problemi al ginocchio ti tagliamo lo stipendio”. E poi: “Ti paghiamo solo quando giochi”. La vertenza l’ho vinta, ma il club è fallito”.

E lei scese in Serie C: nella Carrarese del neo azionista Buffon.

“Gigi trovò le parole giuste: ‘Ti va di venire a darci una mano?'”.

Poi, dopo una decina di partite in Cina, ha chiuso nel Gorica.

“Eravamo 4-5 nigeriani e uno di loro, Ezekiel Hentymi, aveva 21 anni, mi disse: “Soffri troppo: dai, smetti e fammi da procuratore”. Il mio nuovo mestiere è iniziato così”.

E lei oggi sogna di fare quello che Dal Cin fece con lei?

“Anche un po’ meglio: i calciatori hanno bisogno di aiuto quotidiano e soprattutto di chiarezza: quando andai a Conegliano e Como, o provai con il Milan senza poi sapere più nulla, nessuno mi ha mai spiegato niente. E non va bene”.



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