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Lettera d’amore a Fabián Ruiz

June 21, 2024 | by allcalcio.it

Lettera d’amore a Fabián Ruiz



Dopo anni pieni di discontinuità, con Spagna e PSG ha trovato la sua dimensione.

A un primo sguardo Fabián Ruiz non ha niente di così bello. Altissimo e smunto, le sue gambe si muovono con la meccanica di un robot, come se scorressero su binari prestabiliti. Gioca a calcio come una classica mezzala spagnola, ma su dei trampoli: sempre accasciato sulla palla per resistere al pressing e trasmetterla a un compagno nel modo più pulito possibile. L’attaccatura alta dei capelli e una barba sfatta, poi, sono la pietra tombale sulla sua anti-estetica.

Fabián Ruiz oscilla per il campo in orizzontale e in verticale, si trascina come un bradipo senza palla. Almeno, questa è la sensazione che imprime agli occhi.

Si parla da tempo della dialettica tra corpo e mente negli sportivi, della capacità che hanno di coniugare l’una in funzione dell’altro. Nel caso di Fabián Ruiz, il conflitto è lampante: i 190 cm hanno dovuto adattarsi alla raffinatezza dei piedi, in un processo che è assomigliato a un salto di specie, un’evoluzione vera e propria. L’involucro superficiale di Fabian è ormai più di un recipiente della sua visione del calcio: è uno strumento che gli serve a coprire più campo possibile.

Un esperimento in laboratorio su uomini giganti a cui è stata somministrata in vena una tecnica secca e pura, da pivote: ecco, cosa potrebbe essere Fabián Ruiz. Un centrocampista che è nato nel 1996 ma si trova bene quando le partite si avvitano su sé stesse per la lentezza delle azioni, per la sonnolenza dei ritmi. Una mezzala che spesso è stata schierata da finto esterno per valorizzarne il tiro da fuori. Quando era a Napoli, dal 2018 al 2022, qualcuno lo chiamava «cammellone», mettendo l’accento sulla sua postura sghemba e il suo fisico sproporzionato, che dal busto in giù diventa quello di un cestista.

Potrebbe spuntare da un viaggio nel tempo, forse nel calcio degli anni ’80, questo freak che a Euro 2024, zitto zitto, si è preso la scena con la maglia della Spagna.

Cosa ci fa nella Roja di Pedri e Yamal, di teenager predestinati, a cui lo status di fuoriclasse è stato appiccicato in testa fin dalla culla? Pur avendo in comune la scuola di formazione tecnica – non c’è ancora nessuna nazione che produca così tanti centrocampisti di palleggio quanto la Spagna riesce a fare nelle accademie giovanili – al loro cospetto Fabian sembra un intruso. Due anni fa doveva consacrarsi andando a giocare al PSG dopo quattro buone stagioni in Serie A, salvo finire dietro nelle gerarchie rispetto a Verratti, Vitinha e Danilo Pereira.

«Sa fare tutto» ha commentato il ct della Spagna, Luis de la Fuente, dopo l’esordio delle Furie Rosse contro la Croazia. Agli occhi di chi non si è mai accorto troppo di Fabian, sono apparse parole esagerate. Persino da leggere con un sorriso. Frasi come Se non si fosse chiamato Fabián si parlerebbe molto più di lui o Incredibilmente sottovalutato.

Contro la Croazia è stata una masterclass di una certa totalità del talento di Fabián: 64 tocchi, 1 gol, 1 assist, 2 dribbling riusciti, 7 palloni recuperati. Va detto, il passaggio con cui ha mandato in porta Morata è piuttosto banale per uno con la sua sensibilità di calcio. Gli è bastato ingobbirsi leggermente sulla palla – un vezzo che lo contraddistingue – per illuminare il corridoio centrale lasciato sguarnito da Pongracic e Šutalo.

Era solo il 28′, ma prima la partita di Fabián aveva già vissuto qualche acuto. Schierato sul piede forte, da interno di sinistra del centrocampo a tre, l’ex Betis e Napoli ha saputo abbassarsi per ricevere alle spalle della prima linea della Croazia con agilità. Il nuovo corso della Spagna voluto da de la Fuente, con una ricerca più diretta degli attaccanti e del gioco in verticale, sembra un habitat perfetto per Fabián, che ha un piede eccezionale ma una visione poco affinata contro blocchi bassi.

Il tema della sua posizione è da sottolineare. A lungo, sia al Betis che al Napoli allenato da Gattuso, Fabián è stato schierato come interno a destra. Vi sembrerà un dettaglio insignificante, eppure per un giocatore così pesante e pachidermico può fare la differenza: ricevere la palla sul piede forte, e poterla calciare subito – una sventagliata per un compagno o un tiro verso la porta – riduce i tempi del pensiero di Fabian, e gli dà la sicurezza per condurla senza dover sterzare nuovamente sul mancino.

Giocare sul centrosinistra catalizza le sue esecuzioni e le rende meno prevedibili. Non è un caso che a Napoli, sotto la gestione di Carlo Ancelotti, agisse da finto esterno di sinistra di un 4-4-2 fluido, che in fase di possesso lo vedeva scalare mezzala. Non deve essere un caso che proprio in quella stagione, la 2018/19, ha segnato il suo record personale di gol: 7 in tutte le competizioni. Lo stesso ruolo gli ha cucito Luis Enrique al PSG quest’anno: a sinistra Fabián, con Vitinha e Zaire-Emery o Ugarte a fianco, è tornato a splendere e per questo si è conquistato un posto da titolare con la Spagna.

Al 4′ il primo esempio di quanto giocare a sinistra possa renderlo il fulcro del gioco. La Spagna fa circolare la palla in orizzontale fino a Cucurella. Fabián parte dal centro e, per offrire all’esterno del Chelsea una linea di passaggio, si posiziona alle spalle di Majer.

Raramente il pressing della Croazia è stato così svagato: Fabián ha almeno 25 metri per condurre la palla fino alla trequarti avversaria. Sul lato cieco arriva Yamal: il centrocampista del PSG lo serve con un bel passaggio arcuato.

L’azione prosegue e diventa caotica nell’area della Croazia: un rimpallo fa arrivare il pallone tra piedi di Pedri. La difesa balcanica è già collassata dal lato di Yamal, per sopperire all’uno contro uno, e Fabián è ancora libero di ricevere, stavolta sulla lunetta.

Nelle interviste post-partita, Fabián ha raccontato di essere incentivato da de la Fuente a cercare la porta con il tiro da fuori quando è possibile, eppure stavolta prova a connettersi ancora con Pedri.

Il talento del Barcellona è pigro: dopo aver accennato l’attacco dello spazio si ferma, non credendo al filtrante di Fabian, che pure era arrivato puntuale al limite dell’area piccola.

Passano due minuti e al 6′ è ancora Fabián Ruiz a ricevere sul centrosinistra, scambiandosi con Cucurella. Con un fendente mancino da rugby fa correre Nico Williams, che sbaglia l’aggancio al limite dell’area. È la nuova natura verticale della Spagna: una Roja che sa fraseggiare, ma che vuole anche colpire con le spine che si ritrova sulle fasce – Yamal e Nico, appunto. Fabian interpreta bene sia l’uno che l’altro obiettivo: la copertura del campo aiuta la Spagna anche quando il triangolo di centrocampo si rovescia e Pedri tende a stare più alto, vicino a Morata.

Al 31′ la situazione è simile, se non identica: la Spagna – che per la prima volta dopo quasi un ventennio ha tenuto meno possesso palla dell’avversario in una partita ufficiale – è al limite dell’area quando Pedri trova ancora la traccia centrale verso Fabián Ruiz. Quello aggancia la palla e se la porta sul destro con il tacco per evitare il tackle di Modric. Un attimo dopo, con l’interno destro, se la sposta sul macino, anticipando Brozovic di un secondo appena.

Per Fabián, che quando giocava in Serie A era diventato il cavaliere dei tiratori da fuori area, è un altro gesto tecnico semplice. Almeno per uno capace di sezionare la porta con un bisturi come contro la Lazio; o di parabole giottesche come in questo al Troyes.

Qui non deve impegnarsi neanche più di tanto per angolare il mancino in diagonale e sorprendere il portiere della Croazia. Piuttosto che danzare sulla palla come i grandi dribblatori, o i trequartisti eleganti, Fabián sembrava scivolare. Come se intorno ai 20 metri il campo per lui fosse una discesa senza fine, e per gli avversari una montagna da scalare.

Dopo il gol del 3-0 di Carvajal prima dell’intervallo, di fatto la partita ha detto poco. Qualche azione però che può essere utile a capire che giocatore è Fabián Ruiz senza palla.

Al 52′, un rischio concesso dalla Spagna: un controllo orientato di Majer tra le linee attrae il taglio di Kramaric davanti a sé. Cucurella deve seguirlo e stringe la posizione, lasciando l’angolo destro dell’area scoperto per l’inserimento di Stanisic. A Fabián non piace difendere a ridosso dell’area: per pigrizia, e un po’ anche per una lettura sbagliata, non chiude l’ampiezza. Serve il ritorno di Nacho per chiudere la linea di passaggio e sventare il pericolo.

La realtà ci aveva riconsegnato un’idea netta su Fabián Ruiz: una mezzala creativa ma discontinua nell’arco di una stessa partita, con l’attitudine a spegnersi con e senza la palla. Per certi versi è ancora vero: è stato anche per questi difetti microscopici che la Roja è sempre stata troppo per lui, fino ad ora. Nel 2019 aveva vinto gli Europei Under-21 ma poi è stato chiamato con discontinuità. Nel 2022, Luis Enrique non lo ha neanche portato con sé in Qatar.

In verticale sa coprire porzioni di campo anche più lunghe di ciò che ci si potrebbe aspettare. La difesa posizionale non è il suo forte ma se deve alzarsi in pressing risente poco della fatica.

E poi, sa quando dare la pausa. Come al 57′, quando invece di verticalizzare subito, riceve sulla trequarti e capisce che la Spagna è disordinata e tocca a lui riprendere i battiti, far respirare una squadra col fiato corto. Fabian è un giocatore lucido, e in quell’azione decide di mostrarlo anche a Modric. Raccoglie la palla evitando l’arbitro, e si pianta con il corpo costringendo il capitano della Croazia a fargli fallo. Una piccola sfumatura come questa, nell’arco di 90′ di atletismo, può essere decisiva.

Del trio di centrocampo è l’unico a non essere stato sostituito da de la Fuente, che ha ribadito più volte la stima nei suoi confronti. Ed è possibile che anche contro l’Italia, mentre ci preoccuperemo di Yamal e Nico Williams, lo troveremo ancora lì. Nelle retrovie, come primo ingranaggio della costruzione della Spagna e poi come incursore. Nascosto eppure in prima fila: senza la pretesa di apparire, perché le stelle della squadra sono altre.

Nell’era dei trequartisti e degli esterni d’attacco che assomigliano ad acceleratori di particelle, la sua attitudine sorniona a volte può inghiottirlo. Eppure è difficile trovare in altri il rapporto che Fabián ha con la palla: la accarezza dolcemente con il sinistro, mentre corre e trottola con il solito passo pesante quella sembra adeguarsi a lui, alla sua (non) velocità. Tra tutti i centrocampisti che potrebbero venirvi in mente per rappresentare i cambiamenti tattici o atletici nel calcio degli ultimi anni, di certo non prendereste in considerazione Fabián Ruiz, lo capisco.

Potreste anche pensare alla sua titolarità nella Spagna come alla corruzione dell’arte dei grandi passatori spagnoli. Fabian come un bug nel sistema di una nazionale non più solo agile e brevilinea.

Come non essere ora un po’ entusiasti – o quantomeno attratti – verso un centrocampista che usa ancora gestire i tempi, e rallentarli, come arma tattica per uscire dal pressing? Uno che dribbla solo perché è bravissimo a pettinare la palla, e non per particolari mezzi fisici o letture profonde.

Ci sono centrocampisti migliori di Fabián Ruiz in quasi tutto: uso del fisico, tempi di inserimento, tecnica pura con il pallone, capacità di rottura. Eppure nel suo complesso è ancora bello mettersi sul divano e godersi questo talento unico. Quello di un uomo troppo grande e tozzo per trattare con leggerezza il pallone, ma che, come si dice: lui non lo sa e calcia lo stesso con una purezza infantile.




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