la lite con Bearzot e la falsa etichetta di romanista

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A 90 anni scompare il decano dei giornalisti sportivi, dal Messaggero al Tempo si oppose sempre allo stapotere del Nord, tifava per il Napoli

L’etichetta di filoromanista lo ha accompagnato per tutta la carriera ma Gianni Melidoni, decano dei giornalisti sportivi morto oggi a 90 anni, era nato a Napoli e tifava per gli azzurri come gli avevano tramandato il nonno e il papà, ufficiale di Marina, che gli aveva trasmesso anche l’amore per il mare. E’ vero però che nella sua carriera si è occupato soprattutto di Roma e di Lazio con tanti amici nelle due società avendo raccontato lo scudetto biancoceleste nel 1974 di Lenzini, Maestrelli e Chinaglia e quello giallorosso nel 1983 di Viola, Liedholm e Falcao.

La carriera di Melidoni

Dopo aver rischiato la vita a 6 anni per un problema al cervello risoltosi da solo, senza operazioni, Melidoni fu preso dal sacro fuoco del giornalismo: a 14 anni aveva già la penna in mano, A 17 anni ha raccontato il Giro della Calabria vinto da Bartali. A 19 i campionati Europei di nuoto. A vent’anni fu già assunto al Messaggero dove lo attendevano 23 stagioni da capo dello sport e 2 da vicedirettore, un prepensionamento amaro e mal digerito a 59 anni cui hanno fatto seguito 3 cause vinte e gli ultimi 2 anni di professione al Tempo.

Amava tanto il nuoto e fin quando è stato bene in salute non mancava mai di nuotare almeno 1 km al giorno, tutti i giorni una cinquantina di vasche.

Dalla moglie Mariolina ebbe sei figli (Antonio, Rita, Elisabetta, Laura, Elena e Giorgio) di cui una, Laura, morta prematuramente («Per il dolore svenni e per giorni rimasi imbambolato. La fede mi ha aiutato ad accettare quello che non dovrebbe mai accadere: sopravvivere a un figlio»). Ha seguito Europei, Mondiali e 11 Olimpiadi sempre per i giornali romani: «Ebbi offerte dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta – rivelò al Corriere della Sera – Mi chiamò anche La Stampa , allo stadio di Torino spuntò uno striscione “Melidoni, se vieni ti uccidiamo”, perché ero visto come filo romanista. Ma Il Messaggero era un grande giornale e vivere a Roma una fortuna e un privilegio».

La lite con Bearzot

Memorabili le sue liti con Bearzot: l’Italia del “vecio” la criticava spesso, la chiamava l’Armata Brancazot. Il ct non gli piaceva perché non aveva convocato Roberto Pruzzo ai Mondiali dell’82 e lui, che ha sempre difeso le squadre del centrosud contro lo strapotere del Nord, non sopportava una Nazionale fatta solo da juventini o quasi.

Gli show al Processo di Biscardi

Fu inoltre uno dei protagonisti del successo del Processo di Aldo Biscardi, portando la sua ironia e la sua verve polemica a difesa delle squadre capitoline: «Aldo inventò un genere – disse al Corriere della Sera – con il confronto anche serrato tra giornalisti di Milano, Roma, Torino. Il calcio ha profonde radici socio-culturali, vive di campanilismo. Ma il nostro livello era alto. Non si sbagliavano i congiuntivi e partecipavano anche grandi personaggi, politici ed artisti come Carmelo Bene, che io portai al Messaggero. Poi in tv c’è stata una deriva e un imbarbarimento con teatrini sempre più volgari dove chi urla, insulta e la spara più grossa fa audience»

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