L’ex centrocampista tedesco: “Per voi in Italia il calcio è religione, per noi solo ‘importante’. E mia moglie mi guarda strano quando vedo tanta Serie A. Il dualismo tra me e Beccalossi all’Inter? Creato da fuori, giocavamo in posizioni diverse”
Nel museo del calcio tedesco di Dortmund, c’è anche una sezione dedicata alle ‘migrazioni’ dei loro giocatori nei decenni scorsi. Dalla parete italiana spunta la copertina di un disco: canta Hansi Müller insieme con l’orchestra di Raoul Casadei. Il titolo: ‘Calcio di rigore’. “È successo prima di venire all’Inter. Mi avevano premiato come miglior giovane dell’Europa nell’80, a Ravenna, c’era anche la band di Raoul alla serata, sono risultato simpatico e in seguito mi hanno chiesto questa collaborazione. Ma cantavano loro, ricordo Luana Babini, io dicevo soltanto qualche frase, parlando. Però dopo mi hanno tanto preso in giro nello spogliatoio”. Müller non era venuto in Italia per cantare, ma per giocare, e bene, a calcio. Due stagioni all’Inter, una al Como, tra l’82 e l’85, e poi saluti. Alcune incomprensioni e parecchi infortuni gli hanno impedito grandi successi, ma l’Italia gli è rimasta dentro, senza più uscire. E dal suo osservatorio di Stoccarda ha sempre seguito il nostro calcio attraverso anche gli amici, con una passione sconfinata. “Ne vedo tanto, allo stadio e in tv. Mia moglie spesso mi guarda strano, è difficile comprenderlo”.

La diverte di più questa Inter o questo Como?
“Più il Como perché è una grande sorpresa. Io soffrivo quando era nelle serie inferiori, era sparito. Adesso fa cose incredibili in tutti i sensi: squadra di grande qualità, matura, con tanta autoconvinzione e risultati pazzeschi. In più le possibilità economiche per avere una squadra del genere, anche se non bastano solo i soldi ad aver cambiato tutto. Servono il lavoro giusto e passione per far funzionare tutto”.
E l’Inter?
“Le aspettative sono sempre molto alte, uscire dalla Champions contro i norvegesi è stato un colpo duro e ha influenzato il campionato, perché non è che ti svegli e il giorno dopo è tutto dimenticato. Con la Roma era una partita delicata, bisogna vedere se è servita per sbloccarla del tutto. Il Como è fiero di quello che sta facendo, l’Inter deve dare proprio tutto per non perdere. Prima si diceva che si doveva solo indovinare quanti gol avrebbero segnato i nerazzurri al Sinigaglia, adesso è una partita sulla stessa altezza”.
Cesc Fabregas è un innovatore o un tecnico intelligente a mettere in pratica i grandi esempi avuto da giocatore?
“Non è sicuro che chi è stato un grande giocatore possa fare altrettanto da allenatore. Ma lui sa fare il suo mestiere e la seconda ipotesi è quella corretta. È maturato, mi immagino un feeling giusto con tutti per gestire tutti: gruppo squadra, società, e l’ambiente che non è quello di Juve, Inter o Milan”.
Cristian Chivu ha preso un’Inter con zero titoli, è in testa al campionato ma ha un gruppo deluso anche dal mancato Mondiale. Come deve agire con i senatori più demoralizzati?
“Parlare molto. Purtroppo la situazione del Mondiale non cambierà. Il calcio da voi è una religione, è tutto, mentre da noi è “solo” importante. Per la mia esperienza, uno smacco del genere ti dà fastidio per un periodo: due, tre, quattro settimane, poi non dico che sparisce, però metti il focus su cosa devi fare al momento, sei sempre impegnato. Il fastidio tornerà quando inizia il Mondiale, allora sì vedi 48 nazionali in campo e tu sei sul divano, non ci sei. Ma a giugno la Serie A sarà finita e l’Inter avrà già raggiunto il suo traguardo”.
Lautaro al Mondiale andrà, ma oggi è fuori di nuovo per infortunio. Conseguenze?
“Lautaro fa la differenza, non solo per i gol o per la tecnica, ma anche perché gioca con il cervello. Lui anticipa le giocate, le vede, sa dove arriverà la palla. Per questa dote serve un’intelligenza molto elevata. Lui è completo”.
Giocheranno Esposito e Thuram: si completano?
“Si somigliano fisicamente, ma quando uno è capace di giocare a calcio, devi metterlo, anche se assomiglia a un altro”.
A proposito di giocatori simili, almeno fisicamente e come tecnica: la sua Inter vinse poco perché dicevano che Müller e Beccalossi erano doppioni. Vero?
“È stato un dualismo creato da fuori, perché eravamo due dieci mancini ma Gigi Radice ci metteva in parti diverse del campo. Io e il Becca ci siamo divertiti e ci volevamo bene, senza invidie. Se non arrivano i risultato si dà sempre la colpa a qualcuno, nel caso eravamo io e lui”.
Il suo Como da neopromosso si salvò e prese soltanto due gol in casa. Eravate una squadra di catenacciari?
“Direi di sì. Ci siamo salvati all’ultima giornata pareggiando 0-0 in casa con il Milan, ma era quello l’obiettivo. Ottavio Bianchi, il nostro allenatore, ci diceva “Ragazzi non cominciate a voler fare spettacolo, nessuno lo aspetta da noi. Noi dobbiamo avere coglioni e grinta restare in A”. Dopo l’ultima partita è venuto a dirmi che mi avrebbe voluto vedere giocare più spesso così. Ma io ero infortunato prima, non avevo fatto apposta a stare male, tra pubalgia e il ko al metatarso. Io avrei voluto giocare sempre. Fu molto amara per me quella considerazione”.
Anche Como-Inter nell’85 finì 0-0, con lei fuori causa. Un risultato del genere scontenterebbe entrambi oggi?
“No, per cortesia, niente 0-0. Piuttosto 3-3, ma che sia una bella partita, per le possibilità che hanno le due squadre e per come hanno dimostrato di saper segnare con il bel gioco. Sono legato ancora adesso a entrambi i club e ai posti, il destino ha voluto che mio figlio Leif abbia in corso un investimento immobiliare sul lago, vicino a Menaggio in posto che si chiama San Siro. Scudetto all’Inter e Como in Europa? Il mio sogno sarebbe l’anno prossimo Como-Stoccarda in Champions League”.
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