Cristian con Luciano a Roma per due stagioni prima di volare all’Inter nel 2007. Dalle difficoltà ambientali alle vittorie insieme e ora l’inedita sfida in panchina
T ra tutti gli insulti che ha ascoltato su un campo di pallone, quello nella lingua madre sotto al solleone romano lo ha preso in contropiede: “Ești o rușine pentru întreaga Românie”. Sei la vergogna di tutta la Romania, gli disse un connazionale davanti al suo allenatore dell’epoca, Luciano Spalletti. Era l’allenamento del 20 luglio 2007 aperto al Flaminio, inizio ufficiale della stagione giallorossa. Cristian Chivu era stato preventivamente impacchettato verso Madrid, ma aveva fatto saltare l’affare da 18 milioni per onorare la parola data all’Inter. Insomma, era già nerazzurro nel cuore, mentre il suo tecnico lo scrutava da vicino. Lo sosteneva, come aveva fatto nei mesi precedenti tutt’altro che facili. Quel giorno Chivu si era rifiutato di correre con le cuffie perché, tra i fischi stordenti, voleva essere uomo. Metterci la faccia. Andare a testa alta. E così via di retorica. In fondo, erano tutti concetti di ortodossia spallettiana, digeriti nel biennio felice con il maestro toscano, che mai avrebbe voluto perdere il pupillo Cristian. In quella lunga estate di mercato, Spalletti aveva provato a proteggere il difensore dal rischio reale di pubblico linciaggio, ma lo aveva pure bacchettato all’occorrenza: “Non mi ha chiamato, sarà impegnato…”, disse a giugno, all’inizio del tormentone. Era solo il gioco delle parti, in una situazione complessa per tutti.

