“Casertana, quanto affetto. Grato a Giuseppe Materazzi, devo tanto a Mazzone”

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Ripercorriamo la carriera dell’ex calciatore – tra le altre – di Roma e Udinese con i ricordi più belli. Nell’album di Statuto entrano a pieno diritto Francesco Totti e Arrigo Sacchi

Francesco Statuto ha attraversato di corsa due decenni di calcio, uno stantuffo inesauribile che sgomitava e pressava in mezzo al campo. A Caserta l’inizio della storia, alla Roma gli anni più emozionanti, senza dimenticare le esperienze a Cosenza, a Udine, a Piacenza e al Padova e le tre presenze in Nazionale. Ripercorriamo la sua carriera, con i ricordi più belli.

Casertana in B nel 1991, la promozione dei futuri campioni

2 giugno 1991, lo stadio Pinto trabocca di entusiasmo: spalti gremiti, bandiere al vento, l’attesa. La Casertana batte 3-0 il Monopoli e si assicura la promozione in Serie B. E’ una squadra, quella, piena di futuri campioni: c’è Luca Bucci tra i pali, diventerà grande a Parma e sarà uno dei portieri della spedizione azzurra a Usa ’94 appena tre anni dopo. In difesa gioca Fabio Petruzzi, romano ‘de Roma, oltre 120 presenze in giallorosso dal 1992 al 2000.

E poi a centrocampo Pasquale Suppa, uno degli eroi del Piacenza tutto italiano che si disimpegnava alla grande in Serie A. L’attacco era affidato al bomber Campilongo, uno di quelli che avrebbe potuto chiedere e ricevere molto di più dal calcio, e Raffaele Cerbone, poi goleador al Venezia e al Chievo. In panchina il compianto Adriano Lombardi, il capitano dell’Avellino nei primi anni di Serie A, sconfitto dalla Sla nel 2007: il club irpino gli ha intitolato lo stadio.

Ma era anche la Casertana dei “gregari” Piccinno e Serra, i calciatori più utilizzati da Lombardi, e di Francesco Statuto, all’epoca ventenne, cresciuto nel settore giovanile della Roma, da dove provenivano pure Aiello e Petruzzi. Centrocampista instancabile, lo dimostrò successivamente in Serie A. Purtroppo si infortunò gravemente a un ginocchio, ma con le sue 15 presenze contribuì fattivamente alla promozione in Serie B della Casertana.

Statuto, il ricordo di Caserta, Campilongo e quel ginocchio…

“Ricordo con affetto i due anni vissuti a Caserta, sono grato alla Casertana che mi ha permesso di crescere, maturare e spiccare il grande salto verso la Serie A”, esordisce così Statuto, raccontandoci i primi anni da professionista trascorsi nella città della Reggia. “Quando arrivai, ero reduce dagli anni nel settore giovanile della Roma, lasciai un gruppo di ragazzini e mi ritrovai in uno spogliatoio di uomini, confrontandomi con altre tipologie di allenamenti, un altro ritmo partita. Da lì in poi, anche se tra alti e bassi, ho giocato anni in Serie A, fino a quando il ginocchio me lo ha permesso. Caserta è stato il mio trampolino di lancio”.

Come detto, un grave infortunio a un ginocchio lo mise ko per metà stagione, riuscendo ugualmente a spiccare per determinazione, corsa e sacrificio, strappando la riconferma l’anno successivo: “Mi infortunai il primo anno a Caserta e quel problema me lo sono portato dietro tutta la carriera. Però riuscimmo a conquistare la promozione in Serie B e nel secondo anno giocai con più continuità. Quello era un gruppo di grande qualità, c’erano Bucci, Petruzzi e soprattutto Campilongo. Era un attaccante completo, nonostante avesse già 30 anni giocava come un ragazzino. Non mi spiegavo e non mi spiego ancora perché non sia riuscito ad approdare in massima serie, lo avrebbe meritato, aveva tutto: fame, fisicità, senso del gol. Lo ricordo con affetto, come tutti gli altri”.

L’importanza di Beppe Materazzi e la Casertana attuale

Quella di quasi 35 anni fa, fu l’ultima promozione in Serie B della Casertana, attuale terza forza del girone C di Lega Pro, a 6 punti dalla coppia di testa formata da Catania e Benevento: “Mi auguro che già quest’anno possa tornare in cadetteria, perché la piazza e i tifosi lo meritano tanto. C’è ancora tutto un girone da giocare e quello di ritorno è sempre un campionato a parte. Non sarà facile, le insidie sono tante, le avversarie molto attrezzate, ma spero possa farcela. Purtroppo, dopo aver conquistato la B nel 1991, non riuscimmo a evitare la retrocessione l’anno dopo: nonostante i problemi societari ci rimettemmo in carreggiata, ma perdemmo lo spareggio contro il Taranto. Un’amarezza ancora grande”.

Nel secondo anno a Caserta ci fu l’avvicendamento in panchina tra Lombardi e Giuseppe Materazzi: “E’ l’allenatore a cui devo di più, gli sarò grato a vita, per sempre riconoscente. Arrivò dopo l’esonero di Adriano Lombardi e puntò subito su noi giovani in un’epoca in cui accadeva di rado. Ha permesso a me e a molti miei compagni di affermarci, di migliorare, ci ha aperto le porte per la Serie A. Credeva molto in noi, quello che più di tutti gli altri ha creduto in me, nelle mie capacità. A fine carriera, quando il ginocchio riprese a fare le bizze, mi rivolle con sé a Piacenza. Non lo dimenticherò mai”.

Mazzone, Zeman, Sacchi e Totti baciato dal Dio del calcio

Ma la carriera di Statuto è stata costellata di incontri con allenatori indimenticabili, su tutti Mazzone, Arrigo Sacchi e Zeman: “Mazzone è stato un altro allenatore a cui devo tanto, perché grazie a lui ho esaudito il sogno di giocare con la maglia della Roma. Era un uomo schietto, sincero, verace. Come allenatore ti spingeva sempre a dare il massimo, a puntare in alto, ti stimolava tanto, a fare sempre meglio. In quegli anni ho avuto modo di debuttare in Nazionale, convocato da Arrigo Sacchi: un illuminato del calcio, un tecnico all’avanguardia. Lo capivi durante gli allenamenti, molto tattici. Con lui ho imparato molto. Zeman? Purtroppo arrivò dopo il flop di Carlos Bianchi ed ero in partenza. Sono stato poco con lui, ma era geniale nel suo modo di allenare, di pensare al calcio…”

Infine, se si parla della Roma, non si può non parlare di Francesco Totti. Un ragazzino alle prime armi quando Statuto duellava a centrocampo con indosso il giallorosso. Ma già segnato dalle stigmate del campione: “Totti è così come lo raccontano, c’è poco da aggiungere. Era un predestinato, a 16-17 anni faceva diventare semplici delle giocate assolutamente complicate, facendoti credere che fossero alla portata gi tutti. Ma non era così. Vedeva cose dieci minuti prima di tutti gli altri. Non aveva paura di nulla, usciva dai pericoli con semplicità, nonostante fosse un ragazzino quando io ero alla Roma. Uno dei più forti giocatori della storia del calcio, aveva un dono divino, era stato baciato dal Dio del calcio, non c’è altra spiegazione…”.

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