Camarda, dal Milan Futuro a Lecce: che cosa ha funzionato e cosa no

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Il club rossonero aveva immaginato un percorso diverso per Francesco tra prima e seconda squadra ma, oltre a una sua crescita fisiologica, ci sono stati errori di gestione

Marco Pasotto

Giornalista

Garanzie assolute non possono ovviamente essercene – troppe e complesse le variabili per un club che affronta il campionato con l’obiettivo di salvarsi -, ma se il Milan per il futuro di Camarda ha trovato l’accordo con il Lecce, è ragionevole pensare che il club rossonero abbia ricevuto dal Salento – quanto meno nelle dichiarazioni di intenti – un minimo sindacale di garanzie sull’impiego di Francesco. Sì perché ruota praticamente tutto intorno a questo aspetto: Camarda non solo deve giocare, ma deve farlo il più possibile perché a marzo del prossimo anno gli anni saranno 18 e fino a quando i ragazzi di questa età verranno utilizzati tra mille “se” e altrettanti “ma”, la crescita si concretizzerà sempre e comunque troppo tardi. Camarda a Lecce troverà Di Francesco, con il suo 4-3-3, ovvero lo stesso sistema di gioco che potrebbe ritrovare fra dodici mesi quando chiuderà la sua avventura in giallorosso tornando a Milanello da Allegri. Il Lecce ha un diritto di riscatto, ma il Milan si è cautelato con un controriscatto e avrà quindi l’ultima parola. Come avvenne con Colombo. Una formula che conviene anche ai giallorossi.

progetto

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Scenari futuribili tutti da scrivere ovviamente, ora come ora conta il presente. E per capire il presente occorre ripercorrere il passato, perché il cammino di Camarda non è stato esattamente come il club lo aveva immaginato. Un anno fa, di questi tempi, ruotava tutto – giustamente – attorno alla seconda squadra. Quindi: Camarda centravanti titolare del Milan Futuro ma con mezzo piede nello spogliatoio dei grandi nell’ambito di quella sinergia tra i due gruppi di lavoro data per scontata dalla dirigenza. Il problema è che il flusso di giocatori tra le due rose – Milan e Milan Futuro vanno considerati praticamente un’entità unica, una comunione totale, raccontava Ibra la scorsa estate – si è inceppato più volte. Ha faticato a scorrere, un po’ per le difficoltà dei rossoneri nel loro primo campionato di C e un po’ per quelle della prima squadra.

esigenze

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Ci sono state settimane in cui Fonseca e Conceiçao hanno praticamente saccheggiato il Futuro in base alle esigenze (anche in allenamento, causando sedute a ranghi ridottissimi), ma senza poi dare in molti casi un riscontro effettivo sul campo a queste necessità. Risultato: giocatori impossibilitati a giocare con la seconda squadra e, allo stesso tempo, relegati in panchina con la prima. E’ successo anche a Camarda e questo per Francesco è stato l’aspetto peggiore della scorsa annata. Per ben otto fine settimana non ha messo minuti nelle gambe da nessuna parte. Le presenze in prima squadra sono state 13, ma le convocazioni totali molte di più: 25 (in alcuni casi, facendo le corse, è poi riuscito ad aggregarsi al Futuro). Una dispersione di forze e organizzativa che si è riverberata negativamente anche sul triste finale di stagione della seconda squadra: ai playout contro la Spal, nel massimo momento del bisogno, Oddo non ha potuto convocarlo perché Francesco non aveva – da regolamento – il numero di presenze minimo nella regular season di C. Gestione rivedibile quindi, su cui la retrocessione del Futuro in D ha scritto l’epitaffio, costringendo il Milan a pianificare per Camarda un arrivederci in prestito altrove. Un grande classico che, con l’avvento della seconda squadra rossonera, si pensava evitabile. L’obiettivo era infatti quello di farlo crescere in casa, aumentando il minutaggio in A fino al momento di consegnarlo in pianta stabile alla prima squadra. Non è stato ovviamente tutto da dimenticare. Francesco ha comunque avuto possibilità di crescere stando a contatto con i grandi, giocando anche in Champions e dimostrando di avere davanti a sé un futuro luminoso. Ma, un anno dopo, era lecito immaginarsi un percorso più strutturato e uno scenario meno precario.



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