La Dea è l’unica nostra rappresentante rimasta in Champions, e non è un caso: un progetto di crescita costante, un’ottima sinergia nella proprietà, metodi innovativi per l’Italia, la capacità di correggere rapidamente gli errori. E non solo…
Il miglior prodotto di esportazione calcistica italiana in Europa oggi, va da sé, è l’Atalanta. Lo è da tempo, in verità. E lo è per struttura, strategia e visione. Il fatto che sia l’unico club approdato agli ottavi di Champions League sta lì a dare conferma di uno status europeo certificato. E sì, sono dazi amari, per gli altri però. Nella foto di gruppo del nostro calcio, l’Atalanta marca una differenza ormai netta che la distanzia da altri club, che possiedono bacheche più prestigiose, seppure impolverate, ma in questi anni hanno – per così dire – perso il passo, rallentando la mutazione richiesta dal calcio moderno. L’Atalanta è dunque la figlia più riuscita di questo tempo di passaggio, nella prospettiva societaria, organizzativa, economica e persino culturale con cui siamo abituati a misurare il perimetro dove si gioca il destino del pallone. Nelle ore in cui si celebra la specificità della Dea, è utile provare a riannodare il filo di una storia che non può porsi come modello, perché – tra identità, appartenenza, radici e strategia manageriale – è davvero unica.
La casa del dentista
Il cambio di status

E allora non si può stabilire un momento esatto in cui l’Atalanta ha smesso di essere una provinciale – lo è stata a lungo nella seconda metà del ‘900 – ed è entrata nel salottino dell’élite del nostro calcio, vi è piuttosto una metamorfosi che è ragionevole identificare con l’era Gasperini, cominciata nel 2017 e certificata negli anni da uno status sempre più prestigioso corroborato da un salto di qualità che ha impreziosito la storia del club con la frequentazione dell’Europa che conta. L’Atalanta di Gasperini è stata, già allora, la più “europea” delle italiane. Se ne accorsero, come spesso accade, prima all’estero che in Italia. “Affrontarla è piacevole come andare dal dentista”, Pep Guardiola dixit. Se la conquista dell’Europa League (22 maggio 2024) è stato lo zenit, il percorso dei nove anni con Gasp alla guida srotola quattro campionati chiusi al 3° posto in classifica (miglior piazzamento di sempre) e cinque qualificazioni in Champions League. Una credibilità europea confermata da una crescita esponenziale cominciata dal debutto in Europa League dopo 26 anni di assenza (14 settembre 2017, Atalanta-Everton 3-0 al Mapei) e confermata da picchi clamorosi, come le vittorie in Champions al Mestalla contro il Valencia (1-4 nella notte di Ilicic da Pallone d’Oro) e ad Anfield Road (0-2) in quello 2020 che si chiuse con la semifinale a Lisbona, in tempi di Covid, di mancata di un soffio, per mano del Psg.
Filosofia Percassi
La sinergia con Pagliuca

Da quelle premesse è nata l’Atalanta di oggi. In casa della Dea è come se il passato e il futuro giocassero a rimpiattino. A Bergamo tutto si tiene, “tout se tient”, tutto è collegato, condiviso, cucito dal filo della memoria. Per cui dalla figurina retrò dell’iconico Pizzaballa al rigore al 98′ di Samardzic, passando per i gol vintage di Oliviero bomber vero Garlini e per l’esultanza con il palmo della mano sul mento di Doni, arrivando a due bandiere “straniere” ma profondamente bergamasche come De Roon e Pasalic, davvero è possibile ricostruire un album sentimentale che il popolo dell’Atalanta custodisce come il bene più prezioso. E’ nel movimento perenne tra tradizione e innovazione che si muove il destino dell’Atalanta. La figura centrale è ovviamente Antonio Percassi, l’ex stopper anni ’70 nato a Clusone Bergamasco, raro caso di presidente ex giocatore, che nel 2010 ha (ri)comprato il club (era già stato in carica nel quadriennio 1990-94) e ne ha fatto un modello virtuoso: bilanci sani, un gioiellino di stadio – la “New Balance Arena” – lo scouting in Europa, la valorizzazione del vivaio (oggi il fiore all’occhiello è Bernasconi), l’Europa come giardino di casa e una squadra che non ha mai perso l’identità con il proprio territorio, forte della consapevolezza che l’ambizione internazionale può coniugarsi al senso di appartenenza. Percassi – tramite la cassaforte di famiglia Odissea, con il decisivo apporto del figlio Luca – detiene il 45% del club. Il restante 55% appartiene a Steve Pagliuca.
L’algoritmo dell’ingegnere indiano
Così è arrivato (ed è partito) Lookman

E vale la pena qui sottolineare l’importanza della sinergia tra i due boss. Il respiro internazionale dell’Atalanta è aumentato, va da sé, con l’ingresso in società (2022) di Pagliuca. Figlio di abruzzesi emigrati in America, Pagliuca è co-presidente del fondo Bain Capital (potenza mondiale con 160 miliardi di dollari di gestione) e co-proprietario dei Boston Celtics. Il suo progetto è stato chiaro fin dal suo ingresso nel club: rafforzamento globale del marchio, diversificazione e crescita dei ricavi, con l’obiettivo di rendere il club sempre più competitivo non solo su scala nazionale ma mondiale. La sua sinergia con Percassi funziona a meraviglia. Le scelte di Pagliuca hanno dato una nuova dimensione allo status della società. Come quella di affidare lo scouting oltreconfine a Lee Congerton, ex di Leicester City e Celtic. Scelte a cascata, poiché Congerton ha portato a Bergamo un ingegnere indiano, Sudarshan Gopaladesikan (oggi al Newcastle). È stato costui, messo a capo dello staff di analisti, a portare in dote l’allora semisconosciuto (e sottovalutato) Ademola Lookman. Gli algoritmi elaborati da Gopaladesikan avevano individuato proprio nel nigeriano, che quell’anno aveva segnato 6 gol in Premier con il Leicester e che non si era mai particolarmente distinto, l’attaccante più funzionale per il modello di gioco di Gasperini.
Palladino è un predestinato, ha toccato le corde giuste

La forza dell’Atalanta è, anche, nella sua capacità di trasformarsi. Così come il dopo-Sartori sembrava una difficile ipotesi – e invece il ds Tony D’Amico si sta dimostrando un’eccellenza – anche il post-Gasperini aveva alzato il sipario su scenari non in linea con le ambizioni, confermati da una scelta – quella di Juric in panchina – dettata dalla volontà di continuare un progetto tecnico, ma smentita dalla realtà dei fatti. L’arrivo di Palladino ha restituito l’equilibrio che mancava. L’ad Luca Percassi oggi dice che “Palladino è un predestinato, ha toccato le corde giuste”. Le corde made in Atalanta, quelle stesse che oggi vibrano nell’attesa della prossima sfida, agli ottavi il sorteggio di Champions consegnerà una tra Arsenal e Bayern Monaco. Che l’Atalanta sia pronta non è più una novità. Ecco allora che oggi appaiono lontani, appartenenti addirittura un’altra era, i tempi in cui, era il marzo del 2020, l’allora presidente della Juventus Andrea Agnelli, intervenendo al meeting della ECA (European Club Association) si chiedeva che ci facessero i bergamaschi nell’élite del calcio. Sosteneva Agnelli di avere rispetto per l’Atalanta, ma riferendosi alla sua presenza in Champions League sottolineò come “senza storia internazionale e grazie ad una grande prestazione sportiva ha avuto accesso diretto alla massima competizione europea per club. È giusto o no?”. Lasciò cadere la domanda, certo che – nella nobile congrega dei più prestigiosi club d’Europa – la risposta sarebbe andata in una sola direzione. Si sbagliava, Agnelli. La risposta, l’unica possibile, gliel’ha data la cronaca di questi anni. Cronaca che è diventata storia. Il calcio è cambiato, l’Atalanta era nel futuro prima ancora che questo prendesse forma: a Bergamo si erano preparati, altrove no.
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