L’ex terzino: “Non ho avuto il coraggio di denunciare quanto visto a Bari. Io il Roberto Carlos dello Stretto”
“Califaniano” come pochi. Alessandro Parisi ha preso alla lettera uno dei detti più famosi del Califfo e l’ha legato a triplo filo con Messina. Parisi, il ‘Roberto Carlos dello Stretto’, terzino goleador degli anni d’oro messinesi, ha chiuso al San Filippo e poi ci è tornato più volte da allenatore delle giovanili. Dopo il ko di domenica e dopo un mese alla guida della squadra in Serie D è stato esonerato dopo il ko 5-2 rimediato contro l’Enna.
Parisi, i tifosi si identificano in lei.
“Vedono me e ricordano la promozione in Serie A del 2004, l’anno del settimo posto e via così. Nonostante sia palermitano, con Messina ho un legame speciale”.
Prima di emergere quanto ha sgomitato?
“Parecchio. Colpa di un esordio da incubo coi rosanero a 19 anni: febbraio 1996, stadio Barbera, Palermo-Lucchese 2-2. Entrai a 5’ dalla fine sul 2-1, ma sbagliai il retropassaggio al portiere e subimmo il pareggio. Ci fu una gogna mediatica, fui retrocesso di nuovo in Primavera. Qualcuno disse che non avrei mai fatto il professionista”.
Non pensa che invece fu una sliding door positiva?
“Oggi la vedo così, ma all’epoca… zero. Sono stato tartassato dall’insicurezza. Avevo un blocco mentale. E le esperienze successive non aiutarono: tre retrocessioni di fila con Trapani, Reggiana e Palermo, dov’ero tornato dal prestito. Poi arrivò la Triestina”.
Nell’estate 2000 la svolta?
“Due promozioni di fila dalla C2 alla B. ‘Scende Parisi sulla fascia lateral…’, cantavano. Ezio Rossi fu fondamentale per tirar fuori da quel ragazzino il suo potenziale. Nel 2001, in finale playoff, segnammo io e un ragazzino del Milan. Un bellone coi capelli lunghi: Borriello”.
Messina, estate 2003. Come arrivò?
“Mi cercò anche il Palermo di Zamparini, avevo un’infinita voglia di riscatto. Ero stato il miglior terzino della B l’anno prima, sarei potuto tornare nella piazza del debutto e del retropassaggio, ma perché accontentarmi? Così scelsi Messina”.
Debuttai in Nazionale contro la Finlandia, proprio a Messina. All’epoca, come terzini sinistri puri, c’eravamo io e Grosso”
“Due i fattori: il corteggiamento del d.s. Angelo Fabiani, il primo a crederci, e il senso di famiglia del presidente Franza, ambizioso come pochi. Eravamo uno squadrone: Di Napoli, il padre di Zaniolo, Storari, Zoro. Ma i miei inizi sono sempre stati un saliscendi, e infatti dopo 15 giornate eravamo decimi. Alla fine, però, riportammo il Messina in Serie A dopo 39 anni. I festeggiamenti durarono settimane”.
Lì nacque il suo soprannome.
“Il Roberto Carlos dello Stretto, sì. Segnai 14 gol in B quell’anno, uno in più di Zola. Calciavo rigori e punizioni. ‘Parisi tira la bomba’, cantavano…”.
Nell’anno della Serie A è stato uno dei migliori nel suo ruolo?
“Sì. Debuttai in Nazionale contro la Finlandia, proprio a Messina. All’epoca, come terzini sinistri puri, c’eravamo io e Grosso…”.
Quanto fu vicino al Mondiale del 2006?
“A mio avviso avrei potuto farne parte. Entrai nei preconvocati per la tournée di fine 2005, ma non andai per un infortunio alla caviglia sinistra. Il mio grande rimpianto. Affrettai il recupero per tornare, sbagliando. Il problema si estese alla cartilagine. Rimasi fermo sei mesi. Nonostante tutto, quell’estate, andai in tournée con la Juve. I bianconeri mi volevano, ma non si trovò la quadra. E sfumò tutto”.
Pensa mai che avrebbe potuto essere al posto di Grosso?
“Il nostro percorso è stato simile, ma sono felice di come sia andata”.
“Meglio di no. L’anno successivo però, 2006-07, non ero più lo stesso. A gennaio 2005 mi cercò l’Udinese di Spalletti”.
Lasciò Messina nel 2008, destinazione Bari.
“Conte fu duro: ‘Ti ho preso per fare la differenza, ma se continui così a gennaio dovrai cercarti una sistemazione’. Chiusi con la promozione in Serie A. Antonio era già un martello. Ad alcuni giocatori diceva di non fare l’amore prima delle partite. Lui e Ventura, avuto sia al Bari sia al Torino, mi hanno insegnato la cultura del lavoro e del rigore”.
Non ho avuto il coraggio di denunciare quanto visto a Bari. Me lo porterò dentro per tutta la vita. Non ho vissuto la depressione, ma la vergogna sì, quella vera”
A proposito di Torino: la promozione in A?
“Uno squadrone, sono stato da Dio. Ventura in panchina, Antenucci e Bianchi davanti. Sono stato orgoglioso di aver giocato in una piazza simile, storica, magica. È stato l’ultimo acuto della carriera”.
Ad agosto 2012 lei fu squalificato 3 anni e 6 mesi per calcioscommesse per i fatti di Bari. Che periodo fu?
“Il peggiore della mia vita, tremendo. Ho sbagliato, è vero, ma ho pagato i miei errori oltremisura. La giustizia sportiva è arrivata prima di quella penale e io ci ho rimesso tre anni di carriera”.
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“Non ho avuto il coraggio di denunciare quanto visto a Bari. Me lo porterò dentro per tutta la vita. Non ho vissuto la depressione, ma la vergogna sì, quella vera. Non volevo uscire di casa, vedere gente, socializzare. So che mi porterò dietro il fardello da allenatore, chi mi sceglierà penserà sempre alle scommesse. Ma so quello che valgo”.
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