La bocciatura di Andrea Pirlo è stata soltanto l’ultimo episodio. Ecco perché il rapporto tra Giovanni Malagò e la coppia Paolo Maldini-Leonardo si è spezzato e cosa cambia ora per la Nazionale
La crisi della Figc non nasce dalla bocciatura di Andrea Pirlo che è stata solo il punto di rottura. La frattura tra Giovanni Malagò e la coppia Paolo Maldini-Leonardo è più profonda. La coesistenza tra il presidente federale e i dirigenti di sua nomina è durata appena 17 giorni dall’insediamento.
Il progetto tecnico, in questa breve finestra temporale, non è mai decollato. Si chiude con uno strappo che non rende giustizia nemmeno alle buone intenzioni. Ma come è deflagrato tutto e come si riparte?
Le origini di una frattura nata prima di cominciare
La scelta del prossimo CT è diventata la madre delle contrapposizioni. Da una parte la volontà del presidente federale di affidare la Nazionale a un profilo esperto come Antonio Conte o Roberto Mancini, dall’altra l’idea di costruire un percorso diverso, con maggiore autonomia decisionale e una visione di lungo periodo.
Il caso Pirlo è stata l’ultima goccia ma il vaso è traboccato quando era già colmo. La Federazione riparte da capo per chiudere in fretta: serve tempismo per lanciare un segnale di efficienza, autorevolezza. Malagò punta a definire tutto entro oggi.
Malagò e Maldini erano divisi anche su visione, autonomia, governance e futuro. Le incompatibilità erano emerse già durante le settimane di trattativa che avevano preceduto il loro ingresso in Federazione.
Il presidente chiedeva una svolta immediata e un allenatore di esperienza capace di restituire credibilità alla Nazionale. Maldini e Leonardo avevano in mente un progetto di lungo respiro, fondato sull’autonomia delle scelte tecniche e sulla crescita di un nuovo ciclo.
Il caso Pirlo come detonatore dello scontro
La candidatura di Andrea Pirlo ha trasformato le divergenze in uno scontro: Malagò ha provato a mediare, poi ha risolto. Maldini ha comunicato all’ex centrocampista che non sarebbe diventato CT: per Malagò non offriva sufficienti garanzie sotto il profilo tecnico e la sua nomina avrebbe incontrato forti resistenze politiche, mediatiche e anche d’immagine perché nella visione di Malagò era necessario rassicurare sponsor e ambiente dopo le difficoltà attraversate dal calcio italiano. Maldini e Leonardo hanno incassato senza allinearsi.
Le dimissioni e un futuro tutto da riscrivere
Falliti gli ultimi passi verso la mediazione, la distanza è diventata definitiva. L’estremo tentativo ha coinvolto il nome di Thiago Motta ma il rapporto non si è più ricucito. Malagò ha rilanciato le candidature di Mancini e Conte, la coppia ha fatto muro: sul primo, per le modalità dell’addio alla Nazionale nel 2023, sul secondo perché ritenuto poco adatto a un ciclo quadriennale. La separazione è diventata inevitabile.
La nuova Italia dovrebbe ripartire da Conte o Mancini in panchina mentre Giorgio Chiellini viene indicato come possibile nuovo direttore tecnico. Sullo sfondo, però, anche l’indagine aperta dalla Procura federale sul tesseramento di Giovanni Malagò al momento della sua elezione.
Ne dà conto il Fatto Quotidiano che rimanda al ricorso presentato in campagna elettorale dall’avvocato ed ex Lazio, Renato Miele. Escluso dalla corsa alla presidenza e poi sconfitto anche nei tribunali, Miele aveva contestato un altro aspetto dell’elezione. Nel suo ricorso richiamava infatti l’articolo 29 dello Statuto Figc, secondo cui chi si candida a una carica federale deve essere regolarmente tesserato già al momento della presentazione della candidatura.

