Matteo Darmian intervista: “Sarei voluto rimanere all’Inter, voglio la Serie A”

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L’ex nerazzurro si racconta: “Non voglio lasciare il calcio, mi sento ancora un giocatore da Serie A. Devo ringraziare Conte per aver aperto il nostro ciclo vincente. Le Champions sfiorate a Istanbul e Monaco sono il rimpianto più grande della mia vita. Devo molto a Evani, quando mi allenava al Milan…”

Filippo Conticello

Giornalista

Matteo Darmian, due trofei appena vinti all’Inter e a 36 anni si ritrova svincolato: che succede in questa strana estate? 

“Succede che sto bene e voglio continuare a giocare. Non ho paletti, ascolto e valuto le offerte che arrivano, ma preferirei restare in Italia”. 

Cosa le hanno lasciato questi anni nerazzurri? 

“Tre scudetti, tre Coppe Italia, tre Supercoppe e due Champions solo sfiorate, a Istanbul e Monaco: quelle coppe mancate sono i miei rimpianti più grandi. L’Inter mi ha semplicemente cambiato la vita, come uomo e come calciatore. Ad Appiano ho trovato un ambiente straordinario, dove mi sono sentito bene fin dal primo giorno e ho potuto esprimermi al 100%. Questo mi ha permesso di scrivere un pezzettino di una storia incredibile. Mentirei se dicessi che non mi manca: quando sei stato bene in un posto è difficile andare via… Però sono sereno perché so di avere dato tutto (la voce si spezza, ndr).”

Si aspettava una proposta di rinnovo?

“Diciamo che mi sarebbe piaciuto fare un altro anno in nerazzurro, lo ammetto. La società, però, ha fatto altre valutazioni e le rispetto, ma mi sento ancora un giocatore da Serie A alla mia età”. 

Come è stato arrivare all’Inter dopo essere cresciuto nel Milan? 

“In qualche modo, il coronamento di un percorso di vita. Devo tantissimo al settore giovanile del Milan, che è stata una scuola di vita. Poi al Torino, dove sono esploso e ho capito chi ero davvero, e allo United, che mi ha portato a un altro livello. Ma arrivare nella squadra per cui ho sempre tifato è stato speciale. Forse esserci riuscito già in età matura mi ha permesso di dare ancora di più, di mettere tutto me stesso in quello che facevo. È stata una seconda giovinezza calcistica, costruita con lavoro, sacrifici e impegno”.

Cosa pensa di aver portato all’Inter? 

“Semplicemente il mio essere Matteo. E così vorrei essere ricordato dai tifosi, come un ragazzo e un giocatore semplice. Non ho mai rubato l’occhio, ma ho sempre cercato di essere un buon soldato e di fare nel miglior modo possibile quello che mi veniva chiesto. Anche nell’ultimo anno, pur giocando meno, mi sono allenato sempre al massimo. Se i giovani, ma anche i compagni più esperti, hanno preso in parte esempio da me, allora ho fatto bene il mio lavoro”.

Ha mai pensato di essere stato un po’ sottovalutato durante la carriera? 

“No. Ho sempre guardato soltanto al mio lavoro. Le opinioni degli altri sono rispettabilissime, ma ho seguito la mia strada. Ho avuto, come tutti, alti e bassi, ma sono convinto che il miglior Darmian sia stato quello dell’Inter”.

Perché oggi è difficile trovare dei Darmian, come simbolo di serietà e affidabilità? 

“Sono cresciuto con valori precisi. Ho dovuto lavorare tanto e non mi è stato regalato niente. Oggi, magari, molti ragazzi hanno tutto molto prima e questo può portarti a perdere un po’ di vista la realtà…”. 

Ad esempio, Palestra poteva essere il suo erede sulla fascia, ma ha scelto il Chelsea per uno stipendio-maxi: a 21 anni si può dire di no a certe offerte?

“Rispetto la sua scelta e nessuno dovrebbe sindacarla. Ogni situazione è diversa e molto dipende anche dalle persone che hai accanto e dai consigli che ricevi, ma penso che la personalità del calciatore possa ancora fare la differenza. Prima di andare a Manchester avevo disputato tre grandi campionati di Serie A e sentivo di essermi meritato quel passaggio. Oggi il mercato è diverso…”. 

​A Milano ha vinto con Conte, Inzaghi e Chivu: cosa le ha lasciato ciascuno di loro? 

“Con Conte è stato più semplice inserirmi perché lo conoscevo già dalla Nazionale. Mi ha trasmesso una mentalità vincente e ha gettato le basi del ciclo. Inzaghi ha dato continuità lasciandoci più libertà in campo: dispiace non aver vinto ancora di più, ma siamo sempre stati competitivi. Chivu ha trovato un gruppo forte, ma in un momento delicato dal punto di vista psicologico. Ha capito subito che, prima ancora della tattica, serviva ritrovare equilibrio mentale”.

Prima di andare a Manchester avevo disputato tre grandi campionati di Serie A e sentivo di essermi meritato quel passaggio. Oggi il mercato è diverso…”

Da Barella a Bastoni, da Lautaro a Dimarco: quanto può andare avanti questa squadra sempre con lo stesso zoccolo duro? 

“Ancora a lungo perché conta la qualità. Questi giocatori vivono di Inter, conoscono perfettamente l’ambiente e sanno cosa serve per vincere. Anche grazie a loro, tutti i nuovi arrivati riusciranno a inserirsi senza problemi. Chi arriva trova uno spogliatoio senza grandi egoismi e con un’unità d’intenti incredibile. È la forza dell’Inter e può durare per tanti anni”. 

Chi tra i compagni nerazzurri è rimasto un amico per la vita? 

“Con tutto il gruppo italiano ho legami che vanno oltre il calcio. E poi cito Marcus Thuram: è francese, ma in fondo anche lui un po’ italiano. Mi ha detto che, a furia di restare in panchina al Mondiale, si è sentito un po’ Darmian…”.

Ha già pensato a cosa farà dopo il calcio? 

“L’Inter mi aveva prospettato un ruolo nel settore giovanile: ne sono stato onorato, ma non era il momento. Mi piacerebbe, comunque, un giorno allenare, partendo dai ragazzi”. 

A chi dice il grazie più importante della sua carriera? 

“Oltre a mio padre, a Chicco Evani. Nei Giovanissimi del Milan mi lasciava spesso fuori, ma in privato mi diceva sempre: ‘Fidati di me e continua così’. Lì per lì non capivo, invece aveva ragione: mi ha insegnato lui ad avere pazienza. E un altro allenatore mi disse una frase che porto ancora con me: ‘Ogni traguardo è un inizio’. Per questo, adesso voglio iniziare ancora”.



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