“Non devo dimostrare niente, io e la mia squadra non abbiamo categorie. Noi come il Como? No, siamo diversi”. Parla il tecnico della neopromossa che ha dominato la B
Non può essere sempre una questione di categorie, come quelle tra le quali Max Allegri divide colleghi e calciatori: chi vince e chi perde. Non può ridursi sempre tutto a un’etichetta. A un giudizio che diventa pregiudizio e si trasforma in un marchio che poi resta appiccicato addosso, e hai voglia a toglierlo. Così, si farebbe un torto a Giovanni Stroppa, 58 anni, nel liquidarlo sotto l’appellativo di “Mister promozione”, come pure è stato fatto per evidenziarne la capacità di portare dalla Serie B alla A le squadre che allena. In carriera ci è riuscito quattro volte, l’ultima a giugno col Venezia. Però, al momento del fatidico salto di qualità – dimostrarsi all’altezza del calcio dei grandi – non è finita bene: a Pescara, Crotone e Monza. Ma le etichette, appunto, vanno lette bene. “A Pescara mi sono dimesso io a novembre, con la squadra virtualmente salva; a Monza non ho mai avuto la squadra al completo. Perciò, perdona la mia presunzione, ma io non devo dimostrare niente. È una vita, che sono sul marciapiede. Sono molto sereno e tranquillo. Io non alleno in base alla categoria, e non ho bisogno di attestati per considerarmi un allenatore di Serie A o, viceversa, di B. Credo, semplicemente, di fare al meglio quello che so fare. Per me parlano i numeri. I numeri dei miei ultimi otto-dieci anni, che sono indiscutibili”.
E al di là di quelli, cosa c’è?
“C’è un’idea molto forte di calcio che mi ha portato a questi numeri, rispetto ai quali la promozione rappresenta soltanto l’esito. Numeri che rispecchiano un metodo di lavoro: il mio. Con me si lavora in un certo modo. Che rimane lo stesso in A come in B. Una frase che mi è piaciuta molto l’ha detta il mio direttore, Filippo Antonelli: il Venezia non ha categoria. Mi sento di farla mia e dire che il Venezia, e di conseguenza Giovanni Stroppa che il Venezia allena, non hanno categoria. Comunque e dovunque vada, cercherò di dare sempre il meglio perché ho una passione straordinaria verso questo mestiere”.
Il calcio offensivo, che la sua squadra ha mostrato nella B appena conclusa, può essere riproposto pure in A?
“La mia idea di calcio l’ha mostrata il Venezia, ma pure la Cremonese, il Monza, il Crotone, le altre squadre che ho portato in A, e il Foggia, con cui sono salito dalla C alla B. Eh, ce ne sono di fotografie. Di sicuro dovremo essere equilibrati. Ma, se si va a vedere, le mie squadre hanno sempre avuto equilibrio tra fase offensiva e difensiva, tra gol fatti e presi. Anche qui, parlano i numeri”.
C’è un giocatore simbolo, nella promozione del Venezia?
“No. Tutti sono stati protagonisti. E la differenza l’ha fatta soprattutto chi ha giocato di meno”.
Qualcuno l’ha sorpresa in positivo?
“Sapevo di andare ad allenare una squadra forte e devo dire che le mie aspettative sono state confermate. Ho l’orgoglio e la soddisfazione di poter dire che tutti i miei calciatori sono migliorati durante questa stagione”.
Domanda banale: cosa cambia tra B e A, e di cosa avrà bisogno il Venezia per navigare in acque tranquille?
“Bisogna fare gli innesti giusti su una base già solida. Cosa cambia? In A ci sono conoscenze individuali più profonde, motori più potenti, giocatori migliori: più rodati, più forti tecnicamente. Dunque dovremo concedere meno, commettere meno errori, tutte cose che sembrano scontate ma che dovremo tenere bene a mente proprio perché di fronte troveremo squadre attrezzate, con identità precise, quindi con motori, ripeto, diversi rispetto a quelli contro cui ci siamo abituati a competere nella scorsa stagione”.
E dunque, cosa serve per affrontare con fiducia la prossima?
“Servono conoscenze, bisogna alzare l’asticella da parte di tutti, da parte del sottoscritto come in tutte le altre componenti del club. Dobbiamo attrezzarci per raggiungere l’equilibrio giusto in campo e fuori”.
Il club ha una proprietà ambiziosa. Il Venezia si ispira al modello Como?
“Non dico che il Como non mi piace, però noi non siamo il Como. Siamo proprio diversi. Dobbiamo scordarci di poter competere con chi ha speso quello che ha speso il Como, perché altrimenti ci diamo delle aspettative fuorvianti. È vero, abbiamo una società e degli imprenditori molto ambiziosi, c’è una struttura che sta lavorando per poter fare, ma da qui a dire che faremo non è così semplice. Ripeto: ci vuole equilibrio. C’è una squadra da migliorare, c’è un centro sportivo in evoluzione, abbiamo già uno stadio in costruzione, mentre nel resto del Paese la burocrazia quasi sempre blocca la realizzazione di nuovi impianti. Con tutto questo, toglietevi dalla testa che noi in questo momento possiamo pensare al Como. Non c’entriamo niente con loro”.
Forse un punto di contatto tra voi e la squadra di Fabregas sta proprio nella proposta di gioco di entrambe…
“Non lo so. Possiamo ritrovarci qua al termine della stagione e vedere che cosa saremo riusciti a fare, però di sicuro in questo momento non posso dare una risposta. È chiaro che cercheremo di giocare in un certo modo, con coraggio, ma tenendo presente, ancora una volta, l’equilibrio”.
Noi non siamo il Como. Siamo proprio diversi. Dobbiamo scordarci di poter competere con chi ha speso quello che ha speso il Como
Al nostro calcio serve però appunto coraggio, almeno nelle idee, per poter almeno provare a ridurre la distanza che ci separa da Premier, Liga e compagnia. A partire da cosa si dovrebbe mettere mano per rilanciarci?
“L’ho sempre detto: secondo me, nei settori giovanili si lavora molto male. Non ci sono le competenze, non ci sono le risorse economiche, non ci sono gli istruttori, e quelli che ci sono non lavorano per i ragazzi, per farli crescere, ma per se stessi. Il settore giovanile è visto come un passaggio per diventare allenatori dei grandi. Non va bene, e credo che le responsabilità, scusa il gioco di parole, sia dei responsabili che gestiscono i settori giovanili”.
Anni fa, proprio a Sportweek, lei disse: ‘È meglio allenare calciatori giovani, perché i vecchi sono inquinati dal percorso professionale fatto, dalle metodologie di lavoro a cui sono stati abituati e dalle loro stesse scaramanzie. Cambiare mette loro paura’. Conferma?
“Il mio pensiero resta lo stesso, ma è bellissimo trovare una chiave per far capire a chi è più avanti negli anni che con un percorso, un metodo, con delle conoscenze diverse si può diventare ancora più bravi. È come nella vita: quando sai fare bene una cosa ma impari a farne due, è ancora meglio”.
Sempre a Sportweek, disse che allenare il Milan era la sua missione. Conferma anche questo oppure, vista la situazione in casa rossonera, è meglio starne alla larga?
“Dico solo che mi dispiace per come vanno le cose lì adesso. Ma al di là di quello che vorrei fare io, per me essere a Venezia in questo momento rappresenta un onore. Mi sento veneziano al cento per cento. Essere stato confermato dalla società per continuare questo percorso è un motivo di orgoglio. Lo dico sinceramente. Io non ho l’ambizione di fare carriera, se arriverà un’altra opportunità la prenderò in considerazione, ma se non arrivasse io qui sto da dio, per ciò che stiamo costruendo”.
Quali sono le tre squadre in Europa che guarda più volentieri giocare?
“Psg, Barcellona, Bayern, ma il Como non è male. Pure l’Inter mi è piaciuta”.
C’è un giocatore che sogna di allenare?
“No. Vorrei che i giocatori che ho allenato quest’anno si riconfermassero in A. Sarebbe la soddisfazione più bella”.
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