Quando Donald Trump gli ha chiesto se
gli Stati Uniti potessero vincere la Coppa del Mondo, Mauricio
Pochettino ha risposto “sì” senza esitazioni. A molti è sembrato
azzardato ma il giovane ed ambizioso allenatore argentino della
Nazionale a stelle e strisce lo ribadisce proprio quando il
mondiale sta per partire. “Innanzitutto perché ci credo – dice
il tecnico in una lunga intervista al Guardian -. E in secondo
luogo perché lo chiede il più grande rappresentante del paese.
Se fossi io il presidente e l’allenatore non rispondesse con la
veemenza che mi aspetto, lo caccerei”. Il coraggio non manca a
questo 56enne giramondo del calcio che non dimentica le proprie
origini: le difficoltà economiche della famiglia, la cittadina
di provincia dove è cresciuto, il desiderio di emergere. Lo
stesso di ora. “Non ho mai avuto un sogno americano. Non parlavo
inglese, non capivo niente, non ero mai stato negli Stati Uniti:
ci sono andato solo a Seattle nel 2014 con il Tottenham e una
partita a Washington nel 1999 con l’Argentina. Ho fatto un sogno
argentino, poi uno spagnolo, uno inglese. Il sogno americano è
l’idea che tutto è possibile e tutti abbiamo dei sogni: non
appartiene solo all’America. Nel calcio non si può essere
realisti: bisogna creare sogni, credere nell’impossibile. Perché
l’impossibile può essere fatto. Nel calcio se non ci credi:
ciao! Ma se credi che avrai una possibilità, l’avrai di sicuro”.
La pressione alla guida della nazionale di uno dei tre paesi
co-organizzatori però c’è: “E’ molto difficile dormire la notte
– ammette -. Dal giorno in cui abbiamo accettato questa sfida ci
siamo assunti quella responsabilità come motivazione, energia.
Nessuno vede gli Stati Uniti come un contendente. Ma analizzando
altri Mondiali ci siamo detti “Perché no?”. Essere paese
ospitante può creare sinergie con le persone. Lascia che ci sia
la libertà di volare e sognare”. Negli Usa sulla nazionale c’è
curiosità: “A volte – dice ridendo – indossi la tuta della
nazionale americana e la gente ti chiede che sport pratichiamo.
Rispondo calcio ma non capiscono subito. Poi dico che ci stiamo
preparando ai Mondiali e allora ci incoraggiano. Qui il calcio
non è come in Argentina, ma la passione negli Stati Uniti è
molto più profonda rispetto a prima. La federazione ha fatto un
ottimo lavoro unificando MLS, università e college. Vogliono
diventare una nazione calcistica. Ho giocatori in Europa, la MLS
è in crescita. Messi ha avuto un impatto enorme. E Messi è il
campione del mondo. E’ un processo ancora in corso”.
“Non credo che la resistenza al calcio provenga da altri
sport penso che sia più culturale – prosegue Pochettino – Il
primo regalo che riceve un argentino è un pallone da calcio; qui
è una mazza da baseball, un pallone da basket, una palla ovale.
Cambiare le cose richiede tempo. Ma ci sono quasi 400 milioni di
persone, 80 milioni di latinoamericani, che hanno già quel DNA
calcistico. Il problema è che le persone vogliono risultati
adesso”. In un paese così vasto e ricco c’è la tendenza a
chiedersi perché non si possano trovare 11 giocatori come LeBron
James. “Ma il calcio non può essere ridotto a un investimento.
Ciò che richiede tempo è quella passione affinché un ragazzo non
aspetti fino all’età di 12 anni per toccare una palla con i
piedi. Non basta costruire campi. Il calcio non è questo”.
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