Non basta dire pubblicamente di voler lasciare il Milan. Rafa dovrà anche portare offerte all’altezza, ma lui vuole solo club di alto livello che al momento non ci sono. Altrimenti è destinato a rimanere: ma a quali condizioni ambientali?
Il prossimo appuntamento sicuro, a giudicare dall’andazzo degli ultimi giorni, è con una nuova intervista nella quale ribadirà ancora una volta il desiderio di lasciare il Milan. Per il resto, in questo momento Rafael Leao di grandi certezze non ne ha. Non sa quanto spazio gli concederà al Mondiale il ct Martinez (non è uno dei titolari di riferimento), non sa se – e quanto – il torneo iridato gli darà una mano nel risollevarsi dopo una seconda parte di stagione disastrosa, non sa nemmeno se davvero riuscirà a svuotare l’armadietto a Milanello. D’altronde, il calcio è strano e spesso modifica gli scenari velocemente. Se fino a tre-quattro anni fa ci sarebbe stata la fila per bussare alla sua porta, adesso è lui che si auto-candida: AAA, squadra di livello cercasi, disponibilità immediata. Peraltro a cifre dimezzate. Il valore del cartellino è la cartina di tornasole più concreta in mezzo a un mare di chiacchiere: ci possono essere mille alibi legittimi (i guai fisici) e mille accuse altrettanto legittime (l’impiego fuori ruolo), ma se un anno vali 100 e quattro stagioni dopo sei sceso a 50, non può essere stata sempre e soltanto colpa degli altri.
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Leao invece, nell’ambito della propria tesi difensiva, nelle parole delle ultime ore ha fatto capire di ritenere il campionato italiano non al suo livello: “La Serie A sta evolvendo, ma per il mio calcio la Premier League o la Liga valorizzerebbero di più il mio talento e me come giocatore”. E poi: “Se dovesse arrivare l’opportunità della Premier riuscirei a mettere a confronto il mio talento con giocatori che sono a un livello molto alto”. Se il Milan fosse un club in condizioni normali, forse queste parole non sarebbero uscite. Forse Leao avrebbe espresso alla dirigenza, in forma privata, l’intenzione di andarsene e il club avrebbe iniziato a tessere i fili per un addio da consumare nel migliore dei modi in termini finanziari. Il Milan però non è un club in condizioni normali, tant’è vero che la classe dirigente è stata quasi azzerata. E quindi Rafa si è messo in proprio, scegliendo la modalità peggiore di mettersi in piazza. Peggiore per il club che ne gestisce il cartellino, s’intende. Il potenziale danno economico è evidente: un conto è intavolare trattative riservate, un conto è cercare di cedere alla cifra migliore un giocatore che si è chiamato fuori pubblicamente a fine maggio.
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Ciò che forse non ha considerato Leao, riguarda le esigenze economiche del Milan. Perché Rafa, attraverso i suoi agenti, adesso dovrà gestire la seconda parte della questione: provare a portare al quarto piano di via Aldo Rossi un’offerta che soddisfi il club. Diciamo una cinquantina di milioni. L’alternativa, in assenza di questo parametro, è chiara: si resta dov’è, con tutti gli annessi e connessi del caso. Ovvero rimanere in un ambiente che già era ostile nei mesi scorsi: figurarsi come potrebbe essere la convivenza dopo le parole del portoghese di questi giorni. Uno scenario difficile da immaginare, ma ora come ora è difficile immaginare anche un compratore concreto. O meglio: un acquirente del livello che cerca il giocatore. L’unica offerta reale arrivata fin qui è quella del Galatasaray, disposto a elargirgli uno stipendio netto in doppia cifra. Ma Leao punta all’Inghilterra e, in subordine, alla Spagna. Ha citato, non casualmente, club come United e Arsenal, e in effetti a Manchester un pensierino su di lui l’hanno anche fatto, ma nulla di più. Poi, dopo il Mondiale, potrebbe saltare fuori anche l’Al-Hilal del vecchio amico Theo Hernandez e di Simone Inzaghi, ma il campionato arabo in teoria cozzerebbe violentemente contro le sue ambizioni. La soluzione dunque passa dal Mondiale: un torneo giocato su livelli importanti, dimostrando di aver risolto i tormenti della pubalgia, aiuterebbe lui, il Milan e il coraggio delle corteggiatrici.
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